giovedì 25 agosto 2016

800 - Parte 1B

L'OTTOCENTO - PARTE 1B
L’ETÀ DELLA RESTAURAZIONE
I MOTI LIBERALI E MAZZINIANI
(1814-1831)

INTRODUZIONE

Dopo la caduta di Napoleone e il disfacimento del blocco continentale gli equilibri geopolitici avevano subito tali cambiamenti da rendere perfino risibile il concetto di restaurazione. Conclusa la parentesi napoleonica tornavano ad affermarsi i principi ispiratori della Rivoluzione Francese, e molti sovrani introducevano presso i loro sudditi il diritto alla rappresentanza. In campo filosofico erano soprattutto i temi spirituali a tenere banco: falliti i tentativi rivoluzionari e tramontati i principi egualitari era solo la fede in Dio a rappresentare l’unica indissolubile certezza. La religione cattolica scopriva nuove frange con il liberalismo e il neoguelfismo; Burke e Chateaubriand ispiravano invece in campo storico il progetto di revisione delle ideologie illuministe. L’uomo del Romanticismo riscopriva la storia, e con essa il valore di ogni popolo.
In campo politico si assiste a una riconciliazione tra le Corone europee e il Papato, dopo le ingerenze della cultura laica napoleonica; ma il rapporto non fu tranquillo, a causa delle solite pretese assolutiste della Chiesa di Roma. In campo economico si segnala la crisi che colpisce i ceti produttivi borghesi, e la conseguente ripresa delle aristocrazie feudali e della nobiltà terriera, soprattutto in Prussia.
Chi furono i nemici della Restaurazione? Sicuramente funzionari e ufficiali degli stati vassalli della Francia napoleonica, la borghesia del commercio e dell’industria, certi intellettuali progressisti, che vedevano nell’opera restauratrice il pericoloso riaffermarsi delle tendenze aristocratiche; ma anche i liberalisti moderati, nobili e borghesi, e i democratici giacobini, ufficiali e piccolo borghesi, oltre ai cattolici liberali, ispirati da Lamennais, e il proletariato urbano.
La strada del dialogo, della convergenza e della cospirazione trovava nel frattempo sfogo nel costituirsi delle società segrete, generalmente a carattere patriottico e nazionalista, essenzialmente eterogenee come composizione e vincolate dal rispetto del segreto e della fratellanza: soprattutto in Italia prese piede la Carboneria, ma in ogni parte d’Europa si formarono varie sette, accomunate dalla riservatezza, dal gradualismo dottrinale, dall’uso di un particolare cerimoniale e di un formulario catechistico apposito per ciascun grado di affiliazione.

IL CONGRESSO DI VIENNA

Il Congresso della pace si riunì a Vienna dal settembre 1814 fino al giugno dell’anno seguente. Ne furono principali animatori l’inglese lord Castlereagh, l’austriaco principe di Metternich, il conte russo Nesselrod, il principe prussiano von Hordenberg, e il ministro francese Talleyrand. Fu proprio Talleyrand a pronunciare il principio di legittimità, chiedendo la restaurazione dei legittimi sovrani sui rispettivi troni, da cui erano stai deposti durante l’impero di Napoleone. Così cambiò dunque la fisionomia dell’Europa:
l’Olanda diventò Regno dei Paesi Bassi e sul suo trono fu posto Guglielmo I di Orange-Nassau, che inglobò nel territorio i Paesi Bassi austriaci, ossia il Belgio;
il disciolto Sacro Romano Impero fu sostituito dalla Confederazione Germanica, costituita da 39 stati, guidata dall’imperatore austriaco Francesco I, che ottenne anche gli ex territori della Repubblica di Venezia, uniti alla Lombardia in una nuova entità territoriale (il Regno Lombardo-Veneto);
in seno alla Confederazione Germanica il re prussiano Federico Guglielmo III otteneva importanti allargamenti del territorio che facevano della Prussia lo stato più grande tra i 39 costituenti la Confederazione, e lo stesso re fu nominato garante della difesa dei confini germanici da eventuali nuovi attacchi francesi;
lo zar Alessandro I di Russia otteneva la Finlandia, la Polonia e la Bessarabia turca;
l’Inghilterra ottenne l’isola danese di Helgoland, ottimo avamposto strategico, e l’isola di Malta, oltre a diverse colonie in Asia e in Africa;
il re sabaudo Vittorio Emanuele I riottenne la Savoia e ingrandì il suo territorio fino alla Liguria, di modo da difendere il nord Italia con un capace muro difensivo contro nuovi eventuali attacchi francesi;
Ferdinando IV di Borbone riottenne Napoli e anche la Sicilia: i due regni furono fusi e venne creata una nuova entità territoriale (Regno delle Due Sicilie);
il papa Pio VII riprese lo Stato Pontificio a esclusione di Avignone;
Ferdinando III di Lorena ottenne il Granducato di Toscana, più l’ex Stato dei Presidi e l’isola di Piombino;
il Ducato di Modena e Reggio tornò a Ferdinando di Asburgo-Este; il Ducato di Parma e Piacenza restò a titolo vitalizio alla vedova di Napoleone, Maria Luisa, per poi essere reintegrato nel Granducato di Toscana.
A coronamento dell’opera restauratrice, su iniziativa dello zar Alessandro I Russia, Austria e Prussia si costituivano in patto con la Santa Alleanza, che inaugurava una nuova era per le relazioni diplomatiche tra stati e per la cooperazione internazionale. Ad animare il patto era il timore di una ripresa del vento rivoluzionario, ma va sottolineato che l’accordo costituisce un assoluto primato nei rapporti diplomatici internazionali.

LA RESTAURAZIONE IN FRANCIA E SPAGNA

Francia – Sul trono francese era stato dunque restaurato Luigi XVIII, fratello del re ghigliottinato Luigi XVI. La presenza sul trono del sovrano aveva alimentato l’intolleranza degli ultras sostenitori della monarchia assoluta contro i giacobini e i bonapartisti. Luigi XVIII era stato incoronato secondo l’antica formula Re di Francia e di Navarra, e aveva ripristinato l’antico stemma gigliato in luogo del tricolore rivoluzionario.
La nuova carta costituzionale prevedeva l’introduzione di un Parlamento bicamerale, costituito da una Camera dei Deputati, eletti a suffragio censitario, e una Camera dei Pari di stretta nomina regia. Il passo avanti in effetti ci fu, anche se la nuova Costituzione era evidentemente octroyée, cioè di strettissima volontà sovrana.

Spagna – La Spagna presentava una situazione piuttosto complessa. I borghesi e i patrioti liberali militavano tra le file degli afrancesados, il vecchio partito bonapartista di ispirazione liberale, mentre l’aristocrazia e il clero si opponevano a qualunque innovazione di sapore liberale. La vera svolta si ebbe col ritiro da parte di Ferdinando VII della Costituzione di Cadice, che costituiva un passo indietro nella maturazione politica e civile del paese. Il movimento dissidente si ricompattò soprattutto nelle file della massoneria e nel movimento filomassonico dei Comuneros. 

LA RESTAURAZIONE IN AUSTRIA E NEL REGNO LOMBARDO-VENETO

Fin dai tempi di Carlo VI l’impero degli Asburgo era estremamente composito e basato su una popolazione eterogenea. A tenere unito il paese erano soprattutto tre elementi: il rigorosissimo centralismo amministrativo, il forte apparato poliziesco e una rigida burocrazia. Con l’annessione di Venezia e la formazione del Regno Lombardo-Veneto erano aumentati i dissidenti nazionalisti, e Vienna guardava con sospetto ogni palesarsi di sintomi rivoluzionari. A rendere grave la situazione era il pesante meccanismo di esazione fiscale, esercitato da due Congregazioni, una in Lombardia e una in Veneto, che soprattutto favoriva l’esportazione dei prodotti austro-boemi e penalizzava quelli locali. In pratica il Nord veniva sfruttato, la Valle del Po era nota come mucca da latte, e la situazione finì col deprivare la florida industria manifatturiera del Settentrione. Fu a questo punto che il patriziato lombardo decise di correre ai ripari, animando una propaganda liberale e antiasburgica.
A reggere le fila del movimento erano il conte Porro Lambertenghi e il conte Confalonieri, fondatori del Conciliatore, una rivista di idee liberali che fu pubblicata fino al 1819, dapprima legalmente, poi clandestinamente. Al periodico collaborarono Pellico, Berchet e Borsieri e i più bei nomi del pensiero risorgimentale italiano. Lo stretto controllo austriaco si estendeva anche agli altri stati italiani, come testimonia la presenza di Maria Luisa d’Asburgo a Parma e Ferdinando III di Lorena nel Granducato di Toscana: parenti degli Asburgo e quindi argini efficaci contro le cospirazioni antiaustriache.

LA RESTAURAZIONE IN GERMANIA

La Germania aveva riscoperto col nazionalismo il sogno dell’unificazione, sogno che si realizzerà compiutamente durante il governo di Bismarck e che restò bloccato nella prima metà dell’Ottocento per la tenace opposizione della borghesia terriera prussiana degli Junker. In alternativa va segnalato l’inizio del progetto di unificazione doganale (zollverein) mentre venivano represse le ventate patriottiche e antiaustriache.

LA RESTAURAZIONE IN RUSSIA

La sconfitta di Napoleone aveva oltremodo motivato lo zar Alessandro I che, sentendosi quasi investito di una missione divina, si era impegnato in un disegno imperialistico ed espansionistico, volto a promuovere l’egemonia russa in Europa. Il progetto incontrò subito lo sfavore dell’Inghilterra, che non vedeva di buon occhio il ruolo egemonico della Santa Russia nell’est europeo, e delle élite intellettuali, che animeranno il moto decabrista russo del 1825.

LA RESTAURAZIONE IN INGHILTERRA

La Restaurazione portava in Inghilterra la soppressione, nel 1816, di un documento di fondamentale importanza, l’Habeas Corpus Act, che garantiva fin dal 1679 il diritto di inviolabilità e di rappresentanza di ogni cittadino. Motivo principale della sua soppressione fu il giro di vite che il governo inglese fu costretto a dare alla vita pubblica dopo le tensioni sociali scoppiate  nel paese e fomentate dal proletariato urbano, principalmente dai seguaci del luddismo che si opponevano alla sempre più massiccia introduzione di macchine nelle industrie, causa di una progressiva diminuzione di possibilità lavorative per la manodopera specializzata. Inutile dire che la sua soppressione finì col provocare nuove tensioni. Il paese si trovava sull’orlo di una crisi economica, che porta a misure esattive eccezionali come la Corn Law, legge che imponeva forti dazi sul grano di importazione. Nel 18222 muore Lord Castlereagh e il progresso liberale porta al potere Peel e Canning.

LA RESTAURAZIONE IN ITALIA

La Restaurazione provocò differenti effetti nelle diverse regioni italiane. Vittorio Emanuele I di Savoia, re di Sardegna, aveva da tempo abbandonato il Codice Napoleonico, procedendo alla debonapartizzazione dello stato, tornato alle vecchie e oppressive leggi e misure fiscali; in particolar modo venne rafforzata la line a di confine con la Liguria e vennero istituite pesanti leggi doganali per minare il commercio genovese. Nel Piemonte sabaudo si costituirono le prime sette di Carbonari, Adelfi e Federati, espressione della borghesia liberale piemontese e dei sentimenti antiasburgici di un paese che sentiva la necessità di espandersi. Nel Granducato di Toscana anche Ferdinando III abolì il Codice Napoleonico restaurando il vecchio Codice Leopoldino. Il regno di Ferdinando è molto importante, poiché durante il suo regno Firenze diventerà la capitale del liberalismo moderato italiano. A Roma il papa Pio VII desiderava riportare in alto le quotazioni della Chiesa, operando una svolta liberale e riformatrice, ma il suo tentativo era bloccato dai cosiddetti cardinali zelanti, un forte partito a carattere conservatore appoggiato dai Gesuiti. Nelle campagne il potere era ancora in mano alle grandi famiglie dell’aristocrazia fondiaria e alle potenti congregazioni religiose, ma anche nel Lazio inizia a formarsi un ceto medio imprenditoriale. Intanto nelle Legazioni facenti parte dello Stato Pontificio si incrociavano correnti di autonomia e pensiero liberale con correnti anticlericali, che favorivano il sorgere di nuove società segrete. Nel Regno delle Due Sicilie il sovrano restaurato Ferdinando di Borbone era costretto a riprendere la strada delle riforme, dopo l’immobilismo napoleonico, portando avanti il suo Codice Ferdinandeo: si trattò praticamente di una revisione del Codice del Bonaparte, che favoriva ancora una volta i privilegi di clero e aristocrazia. Anche nel Regno delle Due Sicilie l’ingerenza dei baroni e soprattutto le pressioni fiscal determinarono il costituirsi di un movimento di protesta, attuato nelle modalità cospirative della costituenda Carboneria, e portato avanti dai separatisti siciliani e da varie sette segrete. Infine nel ducato di Parma Maria Luisa d’Asburgo aveva improntato il proprio regno a un pacato moderatismo politico e liberale.

I MOTI LIBERALI EUROPEI DEL 1820-21

I moti del 1820-1821 furono tentativi di insurrezione nati in Spagna che si diffusero poi in diversi altri paesi.

In Spagna si accese, nel gennaio 1820, una ribellione guidata da alcuni ufficiali dell'esercito: presso il porto di Cadice, essi si rifiutarono di partire alla volta delle Americhe per stroncare i governi indipendentisti che si stavano creando. Il tentativo parve riuscire: fu concessa una Costituzione, fu convocato il Parlamento; ma, dopo quei primi successi, la rivolta fu soffocata nel sangue. Con la battaglia del Trocadero, alla quale partecipò anche il principe Carlo Alberto di Savoia, erede al trono di Sardegna, i soldati francesi misero fine definitivamente ai disordini. Sulla spinta degli avvenimenti spagnoli, anche in Italia si moltiplicarono i primi tentativi insurrezionali: nel luglio 1820 a Napoli e in Sicilia andarono organizzandosi gruppi di ribelli; nel marzo 1821 scoppiò la rivoluzione in Piemonte. Quei moti, che miravano ad ottenere una Costituzione e l'indipendenza dallo straniero, erano però destinate a spegnersi: nel napoletano intervennero truppe austriache fatte chiamare dal re Ferdinando, che si era precipitato al Congresso di Verona, e i rivoltosi vennero sbaragliati; in Piemonte i ribelli, che non avevano come obiettivo il ribaltare la monarchia sabauda, anzi chiedevano al re di unificare l'Italia, furono sconfitti; furono eseguite alcune condanne a morte, e in molti furono costretti a fuggire. Nel Lombardo-Veneto la scoperta di alcune società segrete portò a processi e condanne contro molti degli oppositori del dominio austriaco.

Nel dicembre 1825, in Russia, scoppiò un nuovo moto insurrezionale, il cosiddetto moto decabrista dal nome del mese, ma venne immediatamente represso. Il giorno della rivolta, il 14 dicembre le truppe guidate da alcuni ufficiali del Reggimento Preobraženskij si riunirono nella Piazza del Senato a San Pietroburgo, ma la Guardia reale, fedele allo zar Nicola I, apri' il fuoco sui soldati ribelli e l'insurrezione venne immediatamente sedata. Dopo una reclusione nella fortezza di Pietro e Paolo ed un breve processo, il 25 giugno 1826 i cinque esponenti principali furono impiccati, mentre gli altri, per totale di circa 600 persone, vennero mandati in esilio in Siberia.

I MOTI DI SPAGNA
IL PRONUNCIAMIENTO DI CADICE

La data di inizio dei moti può considerarsi il 1 gennaio 1820: presso il porto della città marittima di Cadice, in Spagna, alcuni reparti militari avevano ricevuto l'incarico di imbarcarsi alla volta delle colonie spagnole, dove alcune di esse si erano date governi indipendenti. Ciò era stato possibile in seguito all'invasione napoleonica della Spagna, alla cacciata dei Borbone e alla mancanza di un governo centrale saldo. Con l'invio dei battaglioni si pensava di sedare così la rivolta guidata da Simón Bolívar.

Gli ufficiali rifiutarono di imbarcarsi e diedero inizio ad una rivolta, detta pronunciamiento. Seguiti dai loro reparti, essi esigevano che il re Ferdinando VII concedesse nuovamente la Costituzione di Cadice, abrogata dopo il suo ritorno sul trono. Uno dei capi principali dei moti fu Rafael del Riego. Questi trascinò il suo battaglione sino ad Arcos de la Frontera, ove prese prigioniero il comandante in capo del corpo di spedizione nelle Americhe, il generale conte de Calderón.

Dopodiché, cominciò una marcia per molte città andaluse, con l'intento di sollevarle. Intento fallito, che si scontrò con una generale indifferenza delle popolazioni. E ciò nonostante fu minima la reazione da parte dei legittimisti, o del governo centrale, incapace di reagire per reprimere i reparti ribelli. Riego, ad ogni buon conto, dovette disperdere la colonna, cercando egli stesso rifugio nelle deserte colline dell'Estremadura. Al fallimento del pronunciamento in Andalusia, tuttavia, seguì un secondo tentativo militare, questa volta nella lontana Galizia, a La Coruña, seguita da Ferrol e da Vigo: in tutte queste città venne ri-proclamata la Costituzione del 1812. Poi il movimento insurrezionale si estese per il resto della Spagna.

L'evento culminante venne il 7 marzo 1820, allorché una folla circondò il Palazzo Reale di Madrid, ove sedeva Ferdinando VII. Questi considerava di disporre, nella guarnigione della capitale, di truppe sufficienti per spazzare il tumulto ed emanò i relativi ordini al comandante generale Ballesteros. Il generale, però, rispose di non poter rispondere della propria truppa. Seguirono ore di marcata tensione, sino alla tarda serata, quando il sovrano venne indotto a firmare un decreto col quale dichiarava di aver stabilito di giurare sulla Costituzione in accordo con la volontà generale del popolo.

Seguì, il 10, un proclama reale, "Manifiesto del rey a la Nación española", nel quale Ferdinando annunciava di aver prestato giuramento alla Costituzione, il precedente 8, ed aggiungeva: "Marciamo risolutamente, ed io sarò il primo, per il sentiero costituzionale". Cominciava così il Triennio Liberale.

Il 9-14 ottobre 1822, al Congresso di Verona, le potenze della Santa Alleanza autorizzarono la Francia di Luigi XVIII a condurre un corpo di spedizione in Spagna, volto a reintrodurre la monarchia assoluta.

Il 7 aprile 1823 un numerosissimo esercito, formato da ben 95.000 uomini detti i "Centomila Figli di San Luigi" e guidato dal duca d’Angoulême (figlio di Carlo X e, quindi, nipote di Luigi XVIII), attraversò la frontiera sui Pirenei. Salvo alcuni scontri minori in Catalogna, il duca poté condurre una facile marcia sino a Madrid, raggiunta il 24 maggio, ove venne trionfalmente accolto.

Nel frattempo il governo liberale che si era formato aveva preso formalmente prigioniero Ferdinando e lo aveva condotto con se nella città-fortezza di Cadice centro della rivolta liberale. Qui i deputati liberali delle Cortes Generales, con il pieno appoggio del Riego, si riunirono per votare la destituzione del prigioniero Ferdinando.

Lì giunsero anche i francesi, che cominciarono un assedio, condotto con l’appoggio di una grandissima flotta, forte di 67 navi da battaglia. L'assedio si concluse il 31 agosto quando, dopo la vittoriosa conquista di due forti all’imbocco della penisola a 12 chilometri da Cadice, nota come battaglia del Trocadero, cui partecipò anche Carlo Alberto di Savoia, la città venne costretta alla capitolazione.

I MOTI CARBONARI A NAPOLI

La diffusione, nel marzo 1820, anche nel Regno di Napoli, della conquista in Spagna del regime costituzionale contribuì notevolmente ad esaltare gli ambienti carbonari e massonici. A Napoli, la cospirazione (la quale non si pose mai l’intento di rovesciare il re, ma solo di chiedere la costituzione) prese subito vigore e coinvolse anche alcuni ufficiali superiori, come i fratelli Florestano e Guglielmo Pepe.

Michele Morelli, capo della sezione della carboneria di Nola, decise di coinvolgere il proprio reggimento nella cospirazione. A questo si affiancarono Giuseppe Silvati, sottotenente, e Luigi Minichini, prete nolano dalle idee anarcoidi.

La notte tra il l’1 e il 2 luglio 1820, la notte di San Teobaldo, patrono dei carbonari, Morelli e Silvati diedero il via alla cospirazione disertando con circa 130 uomini e 20 ufficiali. Ben presto li raggiunse Minichini che entrò in contrasto con Morelli: il primo voleva procedere con un largo giro per le campagne allo scopo di aggiungere alle proprie fila quei contadini e quei popolani che credeva attendessero di unirsi alla cospirazione; il secondo voleva puntare direttamente su Avellino dove lo attendeva il generale Pepe. Minichini lasciò lo squadrone allo scopo di seguire il proprio intento, ma dovette far ritorno poco dopo senza risultati. Il giovane ufficiale Michele Morelli, sostenuto dalle proprie truppe, procedeva verso Avellino senza incontrare per le strade l’entusiasmo delle folle che si aspettava.

Il 2 luglio, a Monteforte, fu accolto trionfalmente. Il giorno seguente, Morelli, Silvati e Minichini fecero il loro ingresso ad Avellino. Accolti dalle autorità cittadine, rassicurate del fatto che la loro azione non aveva intenzione di rovesciare la monarchia, proclamarono la costituzione sul modello spagnolo. Dopo di che, passò i poteri nelle mani del colonnello De Concilij, capo di stato maggiore del generale Pepe. Questo gesto di sottomissione alla gerarchia militare, provocò il disappunto di Minichini che tornò a Nola per incitare una rivolta popolare. Il 5 luglio, Morelli entrava a Salerno, mentre la rivolta si espandeva a Napoli dove il generale Guglielmo Pepe aveva raccolto molte unità militari. Il giorno seguente, il re Ferdinando I si vide costretto a concedere la costituzione.

Dopo pochi mesi, le potenze della Santa Alleanza, riunite in congresso a Lubiana, decisero l'intervento armato contro i rivoluzionari che nel Regno delle Due Sicilie avevano proclamato la costituzione. Si cercò di resistere, ma il 7 marzo 1821 i costituzionalisti di Napoli comandati da Guglielmo Pepe, sebbene forti di 40.000 uomini, furono sconfitti ad Antrodoco dalle truppe austriache. Il 24 marzo gli austriaci entrarono a Napoli senza incontrare resistenza e chiusero il neonato parlamento.

Dopo un paio di mesi, re Ferdinando revocò la costituzione e affidò al ministro di polizia, il principe di Canosa, il compito di catturare tutti coloro che erano sospettati di cospirazione.

I MOTI PIEMONTESI

Già da tempo in Piemonte, e in particolare a Torino, alcuni gruppi, di idee borghesi e liberali, avevano coltivato l'idea di una campagna militare, che avrebbe dovuto essere guidata dal re di Sardegna Vittorio Emanuele I di Savoia, allo scopo di liberare i territori italiani dalla dominazione straniera. Inoltre, riteneva che il Re si dovesse impegnare a concedere ufficialmente una costituzione ai sudditi del regno, fatto che avrebbe testimoniato l'impegno dei Savoia ad allearsi con i patrioti e ad assumere la guida del movimento liberale italiano. Tuttavia, fin dall'inizio del suo mandato, Vittorio Emanuele I si impegnò a restaurare in Piemonte e negli altri territori sotto il suo controllo un soffocante regime assolutistico, che contribuì ad andare in direzione opposta alle idee liberali della Carboneria e della borghesia in generale.

Si pensò quindi di cercare un altro alleato, che si palesò nella figura del giovane erede al trono sabaudo, Carlo Alberto di Savoia, principe di Carignano, per indurlo ad assumere la guida dei rivoluzionari. Carlo Alberto era stato infatti l'unico esponente della famiglia sabauda ad esprimere la propria solidarietà agli universitari torinesi che, nel gennaio 1821, avevano organizzato contro l'Austria una manifestazione pacifica e liberale, manifestazione repressa subito nel sangue; per questo motivo, si pensò che Carlo Alberto avesse davvero a cuore la questione italiana. I primi contatti si rivelarono più che positivi e sembrava che il giovane esponente di Casa Savoia avesse davvero intenzione di aderire all'impresa.

Nel 1820 le insurrezioni scoppiate in Spagna, Portogallo ed Italia meridionale contribuirono a rafforzare il patriottismo italiano, in particolare quello piemontese, i cui sostenitori pensarono che la loro rivolta sarebbe stata appoggiata e seguita, con ogni probabilità, da parte dei patrioti siciliani e napoletani. Inoltre, i patrioti piemontesi cercarono in ogni modo di sostenere militarmente gli omologhi napoletani, ma non vi riuscirono per motivi legati alla scarsa organizzazione ed alla tardiva notizia della partenza dell'esercito asburgico per il Regno di Napoli. Nella seconda metà del 1820, Santorre di Santa Rosa, uno dei principali esponeneti dell'organizzazione dei moti, si incontrò spesso segretamente con alcuni generali, politici (tra cui Amedeo Ravina) e con il giovane principe di Casa Savoia per definire la data e le modalità della ribellione; dopo molte riunioni, si stabilì che la rivolta dovesse scatenarsi non prima dell'inizio del nuovo anno, in modo che l'esercito austriaco, ancora impegnato nella repressione dei moti di Nola e di Napoli dello stesso anno, non fosse subito pronto ad intervenire in quanto bisognoso di qualche tempo per riorganizzarsi.

Il 6 marzo 1821, durante la notte, Santorre e altri generali si riunirono nella biblioteca del principe, insieme allo stesso Carlo Alberto, per organizzare nei dettagli l'impresa che, secondo un accordo precedente, sarebbe dovuta iniziare nel mese di febbraio: nel corso dell'incontro, Carlo Alberto mostrò alcuni tentennamenti, soprattutto sulla loro intenzione di dichiarare guerra all'Austria, che portarono Santorre ad avere qualche dubbio sul principe e sulle sue vere intenzioni. Tuttavia Carlo Alberto lasciò intendere il suo appoggio, e per questo motivo Santorre e i suoi associati fecero pervenire il messaggio di prossimo inizio della rivolta ai reparti militari di Alessandria, che, il 10 marzo, diedero inizio all'insurrezione, seguiti subito dopo dai presidi di Vercelli e Torino. In quell'occasione fu emesso da parte dei generali insorti il famoso Pronunciamento, un proclama con il quale si decise l'adozione di una costituzione, improntata su quella spagnola di Cadice del 1812, che prevedeva maggiori diritti per il popolo piemontese e una riduzione del potere del sovrano. Ma il re, piuttosto che concedere il documento, preferì abdicare in favore del fratello Carlo Felice di Savoia, allora assente dal Piemonte. La reggenza venne così affidata al principe Carlo Alberto che, assunto l'incarico, concesse la Costituzione e nominò Santorre di Santarosa ministro della guerra del governo provvisorio.

Di ritorno nella capitale, il nuovo sovrano revocò la costituzione e impose a Carlo Alberto di rimettersi al suo volere, abbandonando Torino e recandosi a Novara, rinunciando definitivamente alla sua carica e alla guida del movimento di rivolta. Nella notte del 22 marzo, mentre alcuni, tra cui lo stesso Santa Rosa, annunciavano una prossima guerra contro l'Austria, Carlo Alberto fuggì segretamente a Novara abbandonando gli insorti al loro destino. Poche ore dopo Santorre, alla guida di un piccolo reparto, si recò nella città piemontese per tentare di convincere il principe e le sue truppe a tornare dalla sua parte, ma la missione si rivelò del tutto infruttuosa.

Privi di un appoggio, i costituzionali decisero di sciogliersi. Fu proposto un nuovo tentativo di insurrezione a Genova, ma subito si decise di non intervenire. Inoltre giunsero a Torino, come supporto all'esercito regio, plotoni austriaci che inflissero una pesante sconfitta ai costituzionali: il neonato governo cadde dopo neppure due mesi e il sogno dei rivoluzionari si infranse.

I MOTI DEL1830-1831

I moti del 1830-1831 furono tentativi di insurrezione, eredi dei moti del 1820-21 nati in Francia e diffusi poi in numerosi paesi europei.

Come durante i moti di dieci anni prima, i veri protagonisti di queste insurrezioni non furono membri del popolo, bensì della borghesia cittadina. Su esempio del popolo francese, che aveva cacciato il suo re Carlo X e l'opprimente politica reazionaria del governo dando vita ad un regime monarchico costituzionale retto da Luigi Filippo d'Orléans, numerose altre nazioni diedero vita ad insurrezioni; positive, come nel caso del Belgio, che ottenne l'indipendenza dall'Olanda, negative, come nel caso della Polonia e di Modena.

I MOTI FRANCESI DEL LUGLIO 1930
LE TRE GLORIOSE

Alla morte di Luigi XVIII, spentosi senza discendenza nel 1824, salì al trono di Francia suo fratello Carlo, conte di Artois, che divenne re con il nome di Carlo X.

Il nuovo re dimostrò subito il suo desiderio di tornare ad un regime simile a quello della monarchia assoluta, restaurando integralmente le condizioni prerivoluzionarie. Concesse numerosi privilegi al clero ed all'aristocrazia, fino ad emanare una legge, la "legge del Miliardo", che avrebbe risarcito tutti i nobili fuoriusciti dal territorio francese durante gli anni della rivoluzione. Carlo, con l'aiuto del suo primo ministro Polignac, di idee fortemente reazionarie, decise di ovviare alle sempre più numerose proteste dei democratici e dei borghesi revocando la carta costituzionale ottriata, concessa da Luigi XVIII nel 1814 e pubblicizzando la campagna militare che avrebbe portato di lì a poco alla conquista dell'Algeria.

Le manifestazioni di protesta non si placarono, ma andarono sempre più ampliandosi, anche a causa della crisi recessiva, dovuta a due anni di carestia: il re perse la fiducia persino del suo Parlamento alle elezioni. Così Carlo, il 26 luglio 1830, emanò quattro decreti, le Ordinanze di Saint-Cloud, con i quali restringeva ulteriormente il diritto di voto, escludendo completamente la borghesia, annullava la libertà di stampa applicando pesanti censure, scioglieva il Parlamento ed indiceva nuove elezioni.

In seguito a queste disposizioni, il popolo di Parigi insorse, guidato principalmente da esponenti della media ed alta borghesia.[1] In tre giornate particolarmente violente, le "tre gloriose" (27, 28, 29 luglio) i parigini si scontrarono per le vie cittadine con i soldati del re, che non riuscirono a tenere testa alla folla. L'assalto delle truppe venne respinto e Carlo X dovette rinunciare al trono fuggendo in Inghilterra.

Di lì a poco venne offerta la corona di Francia a Luigi Filippo d'Orléans, membro di un ramo cadetto dei Borbone. Sembrava l'uomo adatto alle esigenze: di nobile stirpe, quindi atto ad essere il re, figlio di un aristocratico schieratosi con i rivoluzionari[2], eccellente amministratore delle sue terre, dotato di abitudini e mentalità tipicamente borghesi. Luigi Filippo, che regnò per diciotto anni, fu un monarca costituzionale: il re non era più tale per volere divino, ma per una legittimazione dei suoi sudditi. Inoltre, la nuova Costituzione non era più "ottriata" bensì frutto di un accordo tra il sovrano ed il Parlamento.

L'INDIPENDENZA DEL BELGIO

In seguito al Congresso di Vienna, Belgio e Olanda furono uniti in un unico stato, che avrebbe dovuto funzionare da stato cuscinetto per una eventuale volontà francese di espansione territoriale. Lo stato aveva come forma di governo la monarchia, retta dall'olandese Guglielmo I di Orange-Nassau. I belgi mal sopportavano l'unione tra il loro paese e l'Olanda: il nuovo re aveva adottato una forte politica di accentramento amministrativo e tutti gli incarichi di rilievo erano occupati da olandesi. I belgi erano esclusi così dalla vita politica. A questo si andavano ad aggiungere motivi religiosi: gli olandesi erano protestanti, mentre il Belgio era un paese con forti tradizioni cattoliche. Inoltre la politica di dipendenza economica dall'Inghilterra promossa dal governo olandese frenava la sempre maggiore crescita economica delle industrie belghe.

Nonostante fossero divisi in tre regioni con forti antagonismi tra loro[3], i belgi misero da parte le antiche rivalità e si unirono in un movimento, che prese il nome di movimento unionista, che univa le forze agricole delle campagne e quelle industriali delle città. Ben presto, nell'agosto 1830, scoppiò a Bruxelles un moto rivoluzionario. Guglielmo non seppe scendere a patti con gli insorti ed inviò truppe armate per sedare la rivolta. Tuttavia il moto belga riscosse numerose simpatie tra i francesi, che vedevano così infrangersi lo stato cuscinetto creato sul loro confine.

Alla conferenza indetta a Londra, i delegati francesi guidati dal principe Talleyrand convinsero gli inglesi sulla necessità di una nazione belga indipendente. Malgrado la loro vicinanza a re Guglielmo, gli inglesi si espressero a favore di un nuovo stato belga. Il Belgio fu così definitivamente riconosciuto come stato indipendente, staccato dall'Olanda, con un regime monarchico costituzionale a capo del quale fu scelto il principe tedesco Leopoldo di Sassonia-Coburgo, che prese il nome di Leopoldo I del Belgio.

LA FINE DELL'INDIPENDENZA POLACCA

Dalla caduta di Napoleone, la Polonia aveva perso l'indipendenza e si trovava ad essere uno stato satellite della potenza russa. Era dal 1795, anno dell'abdicazione del re Stanislao Poniatowski, che la Polonia non aveva un re. Sull'onda dei successi ottenuti dai rivoluzionari francesi, che erano riusciti a mettere in fuga l'assolutista Carlo X, alcuni polacchi, appartenenti principalmente a circoli intellettuali e militari, promossero un moto rivoluzionario che portasse alla tanto anelata indipendenza. A scatenare questa reazione furono diversi fattori: in particolar modo la grande ostilità nei confronti della Russia, che andava esercitando con sempre maggiore intensità una politica di repressione nei confronti della Polonia, in particolare dopo l'ascesa dello zar Nicola I, che aveva già sventato con la violenza il moto decabrista.

Quando diedero inizio alla rivoluzione, i giovani cadetti erano convinti che la Francia di Luigi Filippo sarebbe intervenuta militarmente a favore degli insorti contro la Russia. Pur mostrando simpatia per l'insurrezione, il re francese mantenne un atteggiamento di passività, senza schierarsi apertamente. Entrare in guerra contro la Russia a favore della Polonia avrebbe avuto come conseguenza la reazione della Prussia e dell'Austria, unite allo zar dai patti della Santa Alleanza.

Perse le speranze in un aiuto francese, si pensava di poter contare almeno sulle masse popolari delle campagne. Tuttavia queste, da secoli legate alle servitù feudali, non ebbero la reazione prevista. Nonostante ciò, il moto portò alla liberazione della Polonia centrale ed alla formazione di un esercito regolare. Ben presto però sorsero dei conflitti fra i capi del moto: alcuni erano convinti che, giunti a questo punto, si dovesse scendere a patti con i russi, altri credevano invece nella necessità di una guerra ad oltranza. Approfittando delle divisioni interne degli insorti, le armate russe attaccarono i reparti polacchi che tentarono una strenua resistenza, ma nell'ottobre 1831 furono costretti a capitolare. Varsavia venne presa ed il moto soffocato nel sangue. La Polonia tornava ad essere una provincia russa.

I MOTI CARBONARI IN EMILIA ROMAGNA

In seguito ai moti francesi, si riaccesero in alcuni italiani le speranze per una nuova insurrezione [4]. In particolare, nel ducato di Modena la carboneria locale aveva intrecciato rapporti amichevoli con il duca Francesco IV, che si mostrava particolarmente interessato alla questione ed aveva in mente oscuri progetti di dominio. Si andò così organizzando un grande moto di insurrezione che comprendeva numerose città emiliane e romagnole, alcune, soprattutto le seconde, sotto il dominio dello Stato della Chiesa. Fiduciosi dell'appoggio del duca, i congiurati diedero inizio alla rivolta. Immediatamente Francesco IV tradì le aspettative e fece addirittura arrestare molti dei capi della rivolta, tra cui Ciro Menotti.
Nonostante questo voltafaccia, frutto del timore di un intervento austriaco, gli insorti presero importanti città come Modena, Parma e Bologna, dove furono creati governi provvisori. Questi tuttavia non resistettero a lungo, a causa del mancato intervento francese, in cui si confidava molto, e della disunione presente tra i capi della rivolta.
Nel marzo 1831 l'esercito austriaco fu fatto intervenire, ed in breve tempo fu ristabilito l'ordine, cui seguirono condanne a morte.

LA GIOVINE ITALIA(1831)

Nel 1831 Mazzini si trovava a Marsiglia in esilio dopo l'arresto e il processo subito l'anno prima in Piemonte a causa della sua affiliazione alla Carboneria. Non potendosi provare la sua colpevolezza infatti la polizia sabauda lo costrinse a scegliere tra il confino in un paesino del Piemonte e l'esilio. Mazzini preferì affrontare l'esilio e nel febbraio del 1831 passò in Svizzera, da qui a Lione e infine a Marsiglia. Qui entrò in contatto con i gruppi di Filippo Buonarroti e col movimento sainsimoniano allora diffuso in Francia.

Con questi si avviò un'analisi del fallimento dei moti nei ducati e nelle Legazioni pontificie del 1831.

Si concordò sul fatto che le sette carbonare avevano fallito innanzitutto per la contraddittorietà dei loro programmi e per l'eterogeneità delle classi che ne facevano parte. Non si era riusciti poi a mettere in atto un collegamento più ampio delle insurrezioni per le ristrettezze provinciali dei progetti politici, com'era accaduto nei moti di Torino del 1821 quand'era fallito ogni tentativo di collegamento con i fratelli lombardi. Infine bisognava desistere, come nel 1821, dal ricercare l'appoggio dei principi e, come nei moti del '30-31 l'aiuto dei francesi.

Con la fondazione della Giovane Italia nel 1831 il movimento insurrezionale andava organizzato su precisi obiettivi politici: indipendenza, unità, libertà. Occorreva poi una grande mobilitazione popolare poiché la liberazione italiana non si poteva conseguire attraverso l'azione di pochi settari ma con la partecipazione delle masse. Rinunciare infine ad ogni concorso esterno per la rivoluzione: «La Giovine Italia è decisa a giovarsi degli eventi stranieri, ma non a farne dipendere l'ora e il carattere dell'insurrezione».

Gli strumenti per raggiungere queste mete erano l'educazione e l'insurrezione. Quindi bisognava che la Giovane Italia perdesse il più possibile il carattere di segretezza, conservando quanto necessario a difendersi dalle polizie, ma acquistasse quello di società di propaganda, un'«associazione tendente anzitutto a uno scopo di insurrezione, ma essenzialmente educatrice fino a quel giorno e dopo quel giorno»[14] - anche attraverso il giornale La Giovine Italia, fondato nel 1832 - del messaggio politico della indipendenza, dell'unità e della repubblica.

Negli anni 1833 e 1834, durante il periodo dei processi in Piemonte e il fallimento della spedizione di Savoia, l'associazione scomparve per quattro anni, ricomparendo solo nel 1838 in Inghilterra. Dieci anni dopo, il 5 maggio 1848, l'associazione fu definitivamente sciolta da Mazzini che fondò, al suo posto, l'"Associazione Nazionale Italiana". 

mercoledì 24 agosto 2016

800 - Parte 1C

L'OTTOCENTO - PARTE 1C
IL QUARANTOTTO IN EUROPA
LA "PRIMAVERA DEI POPOLI"

La prima agitazione europea del 1848 è rappresentata da una rivolta del maziniano calabrese Domenico Romeo nell’autunno del 1847, seguita  dalla rivoluzione indipendentista siciliana del 1848 che però, soprattutto a causa della posizione periferica rispetto al Continente, non furono la vera miccia dell'esplosione europea (anche se qualche influenza riuscì ad averla comunque all'interno della penisola italiana). L'insurrezione siciliana portò infatti l'isola all'indipendenza, i Borboni a concedere una Costituzione e l'esempio borbonico fu a breve seguito da Carlo Alberto di Savoia e da Leopoldo II, i quali concessero infatti una Costituzione prima che scoppiasse l'insurrezione a Parigi. La miccia fu invece rappresentata dalla "campagna dei banchetti" che portò ad una rivoluzione a Parigi, il 22-24 febbraio che, successivamente, coinvolse tutta l'Europa. Solo l'Inghilterra vittoriana, in un periodo di stabilità politica ed economica (ma soprattutto grazie alle riforme del 1832 che pacificarono la classe borghese e scatenarono il cartismo), e all'opposto la Russia, in cui era praticamente assente una classe borghese (e di conseguenza una opposta classe proletaria) capace di ribellarsi, furono esentate dalla portata distruttrice (ma allo stesso tempo, soprattutto per quanto riguarda la Russia, dalla portata di innovazione) delle rivoluzioni del 1848.

FRANCIA

LA CAMPAGNA DEI BANCHETTI

L'opposizione a Luigi Filippo d'Orleans, minoritaria nelle istituzioni, optò per una campagna politica incentrata sui banchetti politici. La condanna della monarchia orleanista venne quindi portata in giro per tutta la Francia. La monarchia, che aveva a malincuore accettato questi banchetti, decise di vietare ad ogni costo l'ultimo banchetto della campagna politica anti orleanista. L'ultimo banchetto si doveva tenere a Parigi il 22 febbraio 1848 e gli organizzatori, insieme ad un cospicuo numero di manifestanti, decisero di scendere in piazza lo stesso (nonostante il divieto di Luigi Filippo) per affermare il proprio diritto alla riunione, indipendentemente dal fatto che essa sia o meno a sfondo politico. La monarchia rispose mandando in campo la Guardia Nazionale, la quale finì per fare causa comune coi manifestanti. Il 24 febbraio gli insorti avevano in mano Parigi, Luigi Filippo abbandonò la città e il 24 sera all'Hotel de Ville (il municipio parigino) fu costituito un governo provvisorio che si pronunciò a favore della repubblica e che annunciò la prossima convocazione di una Assemblea Costituente da eleggere a suffragio universale maschile. Il governo provvisorio era formato da democratici, repubblicani e due socialisti (Louis Blanc e l'operaio Alexandre Martin). La rivolta dei banchetti, detonatore delle istanze rivoluzionarie di tutta Europa, rientra a pieno titolo all'interno del classico schema che caratterizza tutte le rivoluzioni del 1848-49, cioè quello delle giornate rivoluzionarie (basti citare ad esempio le cinque giornate di Milano o le dieci giornate di Brescia).

LE CAUSE

I fattori sono molteplici: sotto il profilo politico, sia i riformisti borghesi che i radicali si trovarono a scontrarsi con una realtà anacronistica, frutto delle conclusioni tratte durante il Congresso di Vienna mentre sotto il profilo sociale, i cambiamenti nella vita quotidiana causati dalla prima rivoluzione industriale (rivoluzione industriale in Inghilterra) e la diffusione della testate giornalistiche favorirono l'ascesa degli ideali di nazionalismo e giustizia sociale anche nelle masse meno colte. La recessione economica del 1846-47 (da cui peraltro l'Europa si riprenderà piuttosto in fretta) e il fallimento di alcuni raccolti, che portarono inevitabilmente all'inedia, furono la goccia che fece traboccare il vaso.

GLI EFFETTI

Per quanto i moti furono sedati abbastanza velocemente, le vittime furono decine di migliaia: il destino della democrazia europea ci è sfuggito di mano dichiarerà Pierre-Joseph Proudhon. Gli storici concordano che la Primavera dei popoli fu, alla fin fine, soprattutto un sanguinoso fallimento. Vi furono tuttavia alcuni notevoli effetti a lungo termine: Germania e Italia sarebbero presto arrivate alla riunificazione facendo leva anche sulla necessità di autodeterminazione dei popoli. Analogamente l'Ungheria sarebbe giunta ad un parziale riconoscimento della propria autonomia (a discapito della popolazione slava) grazie all'Ausgleich del 1867. In Prussia e Austria fu abolito il feudalesimo, mentre in Russia fu eliminata la servitù della gleba (1861).

NAPOLEONE III

Il nipote di Napoleone Bonaparte, Carlo Luigi Napoleone, figlio - si dice illegittimo - del fratello Luigi e di Ortensia Beauharnais, si era presentato alle elezioni presidenziali del 1848 con un programma forte, e fu acclamato primo presidente della Seconda Repubblica francese. Il clima di forte tensione politica e sociale lo portarono a instaurare ben presto un regime dittatoriale che culminò con la soppressione della Repubblica e la fondazione del Secondo Impero nel 1852. La scelta del nome, Napoleone III, intendeva garantire la continuità col precedente Impero francese. Napoleone III adottò fin da subito una politica repressiva allo scopo di scoraggiare eventuali rivolte popolari. Con l’ausilio del Barone Haussmann diede vita a una riprogrttazione del sistema viario parigino con la demolizione di molte aree e la creazione di grandi viali, i boulevard, che avrebbero garantito una migliore efficacia negli interventi dell’esercito durante eventuali insurrezioni popolari. Oltre ai criminali comuni furono molti i dissidenti e gli anarchici condannati al confino nelle colonie, sopratutto nella Guyana Francese e nella Nuova Caledonia. A causa del regime furono diversi i tentativi di attentato, come quello celeberrimo attuato dal patriota Felice Orsini che voleva “punirlo” per aver tradito il giuramento carbonaro col quale si era impegnato a sostenere l’unificazione italiana. Si rende noto anche un progetto, sventato, dell’anarchico Giovanni Passannante, famoso poi per essere stato autore di un tentato regicidio ai danni del re Umberto I d’Italia. Nonostante i pareri negativi sulla sua figura - tanto da essere chiamato Napoleone il Piccolo in senso di disprezzo - occorre dire che la Francia del Secondo Impero conobbe una positiva congiuntura economica, col rilancio dell’industria, la creazione di prestigiosi istituti bancari e l’adozione di misure protezionistiche. Napoleone morì in esilio in Inghilterra tre anni dopo la sconfitta di Sedan (1870) che determinò la fine del Secondo Impero e l’avvento della Terza Repubblica.

GRAN BRETAGNA

IL LUDDISMO

Per luddismo si intende un movimento popolare sviluppatosi in Inghilterra all'inizio del XIX secolo caratterizzato dalla lotta all'introduzione delle macchine. Il movimento prende il nome da Ned Ludd, la cui esistenza è incerta, che nel 1779 spezzò un telaio in segno di protesta.
Le macchine erano considerate la causa della disoccupazione e dei bassi salari già da fine Settecento e la legge ne puniva duramente la distruzione o il danneggiamento.
Solo verso il 1811-1812 la protesta sfociò in un movimento che vide protagonisti operai e lavoratori a domicilio. Questi, impoveriti dallo sviluppo industriale, decisero di colpire impianti, macchine e prodotti.
Per sfuggire ai rigori della legge che vietava ogni associazione tra lavoratori, i luddisti dovettero agire in clandestinità, subendo condanne a morte e deportazioni.
Oltre a manifestare contro i nuovi metodi di produzione e a favore di precedenti forme di produzione legate al lavoro a domicilio, i luddisti posero i problemi che sarebbero stati fatti propri in seguito dalle organizzazioni sindacali (la cui nascita, come Trade Unions, risale appunto al 1824), come gli orari e le condizioni di lavoro, i minimi salari, il lavoro minorile e femminile.

IL CARTISMO

Il Cartismo fu un movimento politico-sociale, britannico, prevalentemente di uomini della "working-class", il cui nome derivava dalla People's Charter, ("Carta del Popolo"), presentata nel 1838 alla Camera dei Comuni con una petizione firmata da oltre un milione di persone. Il movimento era organizzato da Fergus O'Connor, avvocato di origini irlandesi.
Il documento, articolato in sei punti, rivendicava:
il voto garantito ad ogni maschio di ventuno anni, sano di mente e mai condannato;
il voto segreto per proteggere l'elettore nell'esercizio del suo diritto di voto;
nessun obbligo di proprietà nella qualificazione per concorrere ad essere membro del Parlamento.
l'indennità parlamentare, per consentire a tutti i lavoratori di servire lo Stato senza essere penalizzati economicamente;
la revisione delle circoscrizioni elettorali, assicurando la stessa quantità di rappresentanti ad un pari numero di elettori;
il Parlamento Annuale, che costituiva il metodo più efficace contro il ricatto e le intimidazioni.
La petizione fu nuovamente presentata nel 1842 con oltre tre milioni di firme. Il mancato accoglimento diede luogo a diverse dimostrazioni, che sfociarono anche in gravi casi di sangue.
Successivamente il movimento andò perdendo forza, sia per il raggiungimento di una maggiore prosperità, sia per le riforme attuate tra il 1867 e il 1887, soprattutto il Ballot Act del 1872, che ne accolsero di fatto gran parte delle richieste.

martedì 23 agosto 2016

800 - Parte 2A

L’OTTOCENTO - PARTE 2A
L'ETÀ DEL RISORGIMENTO 
I GOVERNI DELL'ITALIA POST-UNITARIA
(1848-1900)

INTRODUZIONE

Il progetto dell’unificazione italiana è introdotto da un lungo periodo di gestazione in cui si incrociano diverse tendenze politiche: il NEOGUELFISMO di Vincenzo GIOBERTI, che aspirava all’unificazione del paese sotto la guida del Papa, a cui si opponeva il radicalismo repubblicano di Giuseppe MAZZINI; la visione “piemontese” di Cesare BALBO, fautrice di un disegno unificatore guidato dai Savoia e quella “lombarda” di Carlo CATTANEO che era a favore di un progetto FEDERALE, fino al modello liberale del conte di CAVOUR, attenta alla separazione dei due poteri, quello spirituale della Chiesa e quello dello Stato.

LE GUERRE PER L’INDIPENDENZA

Prima guerra d'indipendenza

Dopo le campagne napoleoniche, spinte nazionali e nazionalistiche appoggiate dai Savoia, che videro in queste l'opportunità di allargare il proprio Regno di Sardegna, portarono ad una serie di guerre di indipendenza contro l'Impero austro-ungarico.

Nel 1848 cominciarono a manifestarsi varie insurrezioni nei domini sottoposti agli austro-ungarici, in particolare a Venezia e Milano, famose appunto le cinque giornate di Milano, che si conclusero il 22 marzo con la vittoria della popolazione locale e l'abbandono da parte del maresciallo austriaco Radetzky della città.

Visti i successi ottenuti dalle due città Carlo Alberto di Savoia decise di entrare in azione il 23 marzo dando inizio alla prima guerra di indipendenza italiana. Oltre al Re di Sardegna parteciparono alla guerra altri vari stati italiani, come lo Stato della Chiesa, il Granducato di Toscana e il Regno delle Due Sicilie, che fornirono uomini per la guerra. L'inizio del conflitto fu favorevole agli stati italici, con varie vittorie, a Pastrengo, la Battaglia di Santa Lucia a Verona, poi Peschiera e Goito. Ma il papa ritirò le sue truppe dal conflitto temendo una reazione religiosa austriaca che avrebbe potuto provocare uno scisma. In questa azione fu seguito dal Re delle Due Sicilie Ferdinando II di Borbone. Rimasero quindi a combattere i volontari e gli austriaci poterono rafforzarsi e con una potente controffensiva ripresero gran parte delle città perse e il 4 agosto Carlo Alberto firmò l'armistizio. Dopo una breve tregua nel marzo 1849 venendo presto sconfitto. Fu quindi costretto ad abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele II. Tra le città che si erano ribellate al dominio austriaco l'anno precedente l'unica a resistere fu Venezia, caduta però nell'agosto 1849 per un'epidemia di colera.

La prima guerra di indipendenza si concluse con la vittoria austriaca e i Savoia non riuscirono ad ampliare i propri possedimenti nel tentativo di riunificare la penisola.

Seconda guerra d'indipendenza

Nel 1852 divenne primo ministro del Regno Sabaudo Camillo Benso Conte di Cavour, il quale attuò numerose riforme economiche al fine di rendere lo stato di Sardegna più moderno, aumentando le ferrovie, ampliando il porto di Genova e favorendo la nascita dell'industria, fino ad allora inesistente nel Paese.

Nel 1855 il Regno di Sardegna, sotto indicazione di Cavour, partecipò alla guerra di Crimea, inviando 15 000 uomini. Questa partecipazione permetté al regno sabaudo di essere presente al congresso di Parigi l'anno seguente dove il primo ministro attaccò il comportamento austriaco e si creò simpatie tra inglesi, francesi e prussiani.

Ricevuti pareri favorevoli all'azione da Napoleone III nel 1858 i due strinsero un accordo segreto a Plombières, con il quale i francesi avrebbero sostenuto i Savoia in caso di attacco austriaco a patto che fossero gli austriaci ad attaccare. I due però avevano scopi opposti: Cavour riteneva che controllando la parte più sviluppata d'Italia avrebbe di fatto controllato l'intera penisola, mentre Napoleone III era convinto che avendo sotto il suo dominio i due terzi della penisola, avrebbe di fatto controllato anche il Piemonte.

Adottando un comportamento provocatorio nei confronti degli austriaci Cavour riuscì nell'intento di farsi dichiarare guerra, dando inizio alla seconda guerra di indipendenza italiana, che iniziò il 29 aprile 1859. Gli austriaci, sotto la guida del maresciallo Ferencz Gyulai, inizialmente invasero il Piemonte, senza incontrare resistenze. Un contrordine proveniente da Vienna impose poi il ritiro in Lombardia. L'arrivo di Napoleone III, il 14 maggio, diede il via alle operazioni militari. Il 20 maggio si ebbe il primo e vero scontro a Montebello, che vide la vittoria franco-italica. Dieci giorni dopo i piemontesi riportarono un'altra vittoria a Palestro, sotto la guida stessa di Vittorio Emanuele II. I francesi, invece, batterono gli austro-ungarici a Turbigo e Magenta. Il 5 giugno venne poi presa Milano. Nei giorni successivi gli austriaci vennero respinti in Veneto e, a questo punto, Napoleone III cominciò le trattative, a insaputa dei piemontesi, che terminarono con la cessione della Lombardia. Gli accordi di Plombières, prevedevano però la conquista del Veneto e Cavour deluso tentò, senza successo, di convincere il re a continuare da solo. Terminata la seconda guerra di indipendenza alcuni ducati vollero unirsi allo stato sabaudo ed erano Modena, Parma, Emilia, Romagna e Toscana. Gli accordi di Plombières prevedevano però la cessione di Nizza e della Savoia, cosa che provocò varie proteste, in quanto non era stata mantenuta la promessa di conquistare anche il Veneto.

Il Regno di Sardegna comprendeva a questo punto i territori delle attuali regioni Piemonte, Sardegna, Lombardia, Emilia-Romagna, Liguria e Toscana, mentre rimanevano esclusi quelli di Umbria, Marche e Lazio, sottoposti al dominio pontificio, oltre al sud.

Nel 1860 venne organizzata la spedizione dei Mille, guidata da Giuseppe Garibaldi. Partiti da Quarto il 5 maggio, sbarcarono l'11 a Marsala. Mentre Garibaldi, insieme ai picciotti siciliani conquistava l'isola, nella parte continentale del Regno delle due Sicilie il Comitato per l'Unità Nazionale di Napoli preparava la strada alla conquista della capitale: il 18 agosto dello stesso anno, con l'insurrezione di Potenza, la Basilicata, guidata dal governo proditattoriale di Giacinto Albini, dichiarò la sua annessione al Regno d'Italia. Il giorno seguente Garibaldi passò lo stretto di Messina, e il 21 agosto seguente la Puglia dichiarò decaduti i Borbone con l'insurrezione di Altamura. Il 7 settembre Garibaldi entrò trionfalmente a Napoli, abbandonata dal re Francesco II di Borbone in favore di Gaeta. La sconfitta finale dei borbonici avvenne sul Volturno il 1º ottobre 1860. Il 21 ottobre si tennero i plebisciti che decretarono l'annessione dei territori delle Due Sicilie al Regno Sabaudo.

Mancavano ancora Veneto e Friuli, Roma, Trentino-Alto Adige e Venezia Giulia. Il parlamento sardo decise allora di proclamare nel 1861 il Regno d'Italia consegnando la corona a Vittorio Emanuele II e ai suoi eredi. Lo statuto albertino venne esteso a tutto il Regno.

Terza guerra d'indipendenza

Per conquistare Veneto e Friuli nel 1866 il Regno d'Italia dichiarò guerra all'Austria alleandosi con la Prussia e dando così iniziò alla terza guerra di indipendenza. Le sconfitte però furono molte, le più famose a Custoza e Lissa. Gli unici successi vennero ottenuti da Garibaldi. La vittoria prussiana, però, fu d'aiuto all'Italia, che poté quindi richiedere l'annessione di Veneto e Friuli.

Mancava Roma e per due volte Giuseppe Garibaldi ne tentò la conquista con i suoi volontari: nel 1862 e nel 1867, venendo fermato nel primo caso dalla truppe italiane, nel secondo dall'esercito francese, che anche nel 1862 aveva costretto l'esercito regio a intervenire.
La guerra con la Prussia contro la Francia e la sconfitta di Napoleone III portarono ad una mossa militare da parte dell'Italia contro Roma, che il 20 settembre 1870 venne conquistata grazie alla Breccia di Porta Pia. Si venne però a determinare una profonda frattura tra Stato italiano e Chiesa, formalmente sanatasi con i Patti Lateranensi del 1929.

LA NASCITA DEL REGNO D’ITALIA

Il Regno d'Italia nasce nel 1861 dopo l'esito della seconda guerra di indipendenza e dopo i plebisciti degli altri territori conquistati. Con la prima convocazione del Parlamento italiano del 18 febbraio 1861 e la successiva proclamazione del 17 marzo, Vittorio Emanuele II fu il primo re d'Italia (1861-1878).

La popolazione, rispetto l'originario Regno di Sardegna, quintuplicò. Istituzionalmente e giuridicamente, il Regno d'Italia venne configurandosi come un ingrandimento del Regno di Sardegna, esso fu infatti una monarchia costituzionale. Il neonato Stato quindi si ritrovò, fin dai primi tempi, a tentare di risolvere problemi di standardizzazione delle leggi, di mancanza di risorse a causa delle casse statali vuote per le spese belliche, di creazione di una moneta unica per tutta la penisola e più in generale problemi di gestione per tutte le terre improvvisamente acquisite. A questi problemi, se ne aggiungevano altri, come ad esempio l'analfabetismo e la povertà diffusa, nonché la mancanza di infrastrutture.

La questione che tenne banco nei primi anni della riunificazione d'Italia fu la questione meridionale ed il brigantaggio antisabaudo delle regioni meridionali (soprattutto tra il 1861 e il 1869). Il problema era noto come la "questione meridionale". Ulteriore elemento di fragilità era costituito dall'ostilità della Chiesa cattolica e del clero nei confronti del nuovo Stato, ostilità che si sarebbe rafforzata dopo il 1870 e la presa di Roma (questione romana).

La destra storica

La Destra storica, composta principalmente dall'alta borghesia e dai proprietari terrieri, formò il nuovo governo, che ebbe come primi obiettivi il completamento dell'unificazione nazionale, la costruzione del nuovo stato (per il quale si scelse un modello centralista) e il risanamento finanziario mediante nuove tasse che produssero scontento popolare e accentuarono il brigantaggio, represso con la forza.

In politica estera, la Destra storica mantenne la tradizionale alleanza con la Francia, anche se le due nazioni si scontrarono in diverse questioni, prime fra tutte l'annessione del Veneto e la presa di Roma.

Nel 1876 il governo venne esautorato per la prima volta non per autorità regia, bensì dal Parlamento (rivoluzione parlamentare). Ebbe così inizio l'epoca della Sinistra storica, guidata da Agostino Depretis. Finiva un'epoca: solo pochi anni dopo, Vittorio Emanuele II morì, e sul trono gli successe Umberto I.

La sinistra storica

La Sinistra abbandonò l'obiettivo del pareggio di bilancio e avviò delle politiche di democratizzazione e ammodernamento del paese, investendo nell'istruzione pubblica e allargando il suffragio, e avviando una politica protezionistica di investimenti in infrastrutture e sviluppo dell'industria nazionale coll'intervento diretto dello stato nell'economia.

Per ciò che concerne la politica estera Depretis abbandonò l'alleanza con la Francia, a causa della conquista da parte dello stato d'oltralpe della Tunisia. L'Italia entrò quindi nella Triplice Alleanza, alleandosi con la Germania e l'Impero austro-ungarico. Favorì lo sviluppo del colonialismo italiano, innanzitutto con l'occupazione di Massaua in Eritrea.

L'epoca giolittiana

Dal 1901 al 1914 la storia e la politica italiana fu fortemente influenzata dai governi guidati da Giovanni Giolitti.

Come neo-presidente del Consiglio si trovò a dover affrontare, prima di tutto, l'ondata di diffuso malcontento che la politica Crispina aveva provocato con l'aumento dei prezzi. Ed è con questo primo confronto con le parti sociali che si evidenziò la ventata di novità che Giolitti portò nel panorama politico a cavallo tra il XIX ed il XX secolo. Non più repressione autoritaria, bensì accettazione delle proteste e quindi degli scioperi, purché non violenti né politici, con lo scopo (riuscito) di portare i socialisti nell'arco parlamentare.

Gli interventi più importanti di Giolitti furono la legislazione sociale e sul lavoro, il suffragio universale maschile, la nazionalizzazione delle ferrovie e delle assicurazioni, la riduzione del debito statale, lo sviluppo delle infrastrutture e dell'industria.

In politica estera, ci fu il riavvicinamento dell'Italia alla Triplice intesa di Francia, Regno Unito e Russia. Fu continuata la politica coloniale nel Corno d'Africa, e dopo la guerra italo-turca, furono occupate Libia e Dodecaneso. Giolitti fallì nel suo tentativo di arginare il nazionalismo come aveva costituzionalizzato i socialisti, e non riuscì quindi a impedire l'entrata dell'Italia nella prima guerra mondiale e quindi l'ascesa del fascismo.

LA DESTRA STORICA

La Destra è stato uno schieramento politico italiano sorto, formalmente, nel 1849 con i governi di Camillo Benso conte di Cavour e proseguito dopo la sua morte sino al 1876 e detta, in seguito, storica per distinguerla dai partiti e movimenti di massa qualificati come di destra che si sarebbero affermati nel corso del XX secolo. I ministeri della Destra storica dal primo governo Cavour al governo di Marco Minghetti del 1876 conseguirono importanti risultati, primo fra tutti l'unità d'Italia, compiuta nel 1861 e portata a termine nel 1870 con la breccia di Porta Pia e la presa di Roma.

Politica interna

Nel gennaio 1861 si tennero le elezioni per il primo parlamento unitario. Su quasi 22 milioni di abitanti (non erano stati ancora annessi Lazio e Veneto), il diritto a votare fu concesso a solo a 419.938 persone (circa l'1,8% della popolazione italiana). L’affluenza alle urne fu del 57%.
La Destra storica, erede di Cavour ed espressione della borghesia liberal-moderata, vinse queste elezioni. I suoi esponenti erano soprattutto grandi proprietari terrieri e industriali, e personalità legate all’ambito militare (Ricasoli, Sella, Minghetti, Spaventa, Lanza, La Marmora, Visconti Venosta).

La Destra storica, composta principalmente dall'alta borghesia e dai proprietari terrieri ed eletta con un suffragio di appena il 2%, diede alla neonata Italia un'economia basata sul libero scambio, che però soffocò la nascente industria italiana, esponendola agli attacchi del più forte capitalismo d'Oltralpe. Un altro grave problema che affliggeva il paese, la difformità legislativa lungo la penisola, fu risolto mediante l'accentramento dei poteri (accantonando i progetti di autonomie locali proposti da Marco Minghetti), estendendo la legislazione piemontese a tutta la penisola e dislocandovi in modo capillare le prefetture come strumento di governo. Anche il sistema scolastico fu riformato e uniformato in tutta Italia a quello piemontese (legge Casati) nel 1859. Fu anche istituita la coscrizione obbligatoria.

Risanamento del bilancio

La Destra impose anche un pesante fiscalismo, al fine di finanziare le opere pubbliche di cui il Paese aveva bisogno per competere con le altre potenze europee. Nel 1876, con Quintino Sella, venne raggiunto il pareggio di bilancio. La ricchezza nazionale aumentò in due scaglioni tra il 1860 e il 1880. Nella prima fase aumentò tramite le imposte dirette, che riguardavano i redditi di origine agraria, nella seconda fase invece con le imposte indirette, colpendo maggiormente i ceti meno abbienti. Nel 1868 venne introdotta la tassa sul macinato (per la precisione, sulla macinazione dei cereali) scatenando così proteste popolari con assalti ai mulini, distruzione dei contatori, invasioni di municipi. Al termine di questa rivolta contadina si contarono molti arrestati, feriti e morti.

I rapporti con la popolazione

Tutti questi provvedimenti resero più complicato l'inserimento dei nuovi territori nel Regno. A causa principalmente di provvedimenti visti come insensati ed odiosi da parte della popolazione, vale a dire l'imposta sul macinato e il servizio militare obbligatorio, la Destra favorì, in un certo senso, lo sviluppo del Brigantaggio,che era storicamente endemico di vaste regioni del Regno delle Due Sicilie e dello Stato della Chiesa, cui rispose con particolare durezza attraverso la legge Pica e il dispiegamento nell'Italia centro-meridionale di oltre 120.000 soldati, imponendo, in pratica, uno stato di guerra al Sud. oi dementi degli stranieri che si affidavano alle informazioni ufficiali del nuovo Regno d'Italia, dal settembre del 1860 all'agosto del 1861 ci furono nell'ex Regno delle Due Sicilie 8.964 fucilati, 10.604 feriti, 6.112 prigionieri, 13.529 arrestati, e più di 3.000 famiglie perquisite. Questo fu uno dei motivi che incoraggiarono l’emigrazione dalle regioni meridionali d’Italia.

Politica estera

In politica estera, la Destra storica fu assorbita dai problemi del completamento dell'Unità d’Italia; il Veneto venne annesso al Regno d'Italia in seguito alla terza guerra d'indipendenza (1866). Per quanto riguarda Roma, la Destra cercò di risolvere la questione con la diplomazia, ma si scontrò con l'opposizione di Papa Pio IX, di Napoleone III e della Sinistra. Alla caduta di Napoleone III dopo la guerra franco-prussiana, l’Italia attaccò lo Stato Pontificio e conquistò Roma, che diventò Capitale nel 1871. Il Papa si proclamò prigioniero e lanciò violenti attacchi allo Stato italiano, istigando una forte campagna anticlericale da parte della Sinistra. Il governo regolò i rapporti con la Santa Sede con la legge delle guarentigie, non riconosciute dal Papa. Il Pontefice non riconobbe la legge e vietò ai cattolici di partecipare alla vita politica italiana, secondo la formula "né eletti, né elettori" (non expedit).

Fine della Destra Storica

L'era della Destra finì nel 1876: il governo Minghetti fu messo in minoranza dallo stesso Parlamento, che rifiutava la nazionalizzazione delle neonate ferrovie, cosicché il primo ministro dovette dare le dimissioni. Era stata attuata la rivoluzione parlamentare: per la prima volta un capo del governo veniva esautorato non per autorità regia, bensì dal Parlamento. Il re Vittorio Emanuele II, preso atto delle dimissioni, diede l'incarico di formare un nuovo governo al principale esponente dell'opposizione, Agostino Depretis. Iniziava l'era della Sinistra storica. Gli esponenti della Destra storica che continuarono in un ruolo di opposizione parlamentare, e che in prevalenza provenivano dalla Toscana, furono chiamati dai loro avversari "consorteria". Montanelli, nella sua "Storia d'Italia" mette in risalto come la Destra sia caduta dopo aver raggiunto i suoi due obbiettivi principali, l'Unità d'Italia ed il pareggio del bilancio, come se fossero venuti a mancare le ragioni che la mantenevano in vita.

Divisioni e dissidi interni

Subito dopo le prime elezioni nel neonato Regno d'Italia, la Destra storica si divise in due "correnti" differenziate in base alla zona d'elezione: i piemontesi, eredi della Destra storica che aveva caratterizzato il Regno di Sardegna, formarono una "Associazione Liberale Permanente" ("tutta piemontese, anche se non tutti i piemontesi vi parteciparono", come scrisse Montanelli) mentre i tosco-emiliani, sostenuti da lombardi e dai politici meridionali, formarono un gruppo, chiamato dispregiativamente "Consorteria" dai piemontesi. Con il tempo questa divisione (che pure aveva lacerato la Destra storica, come nelle elezioni del 1864, quando gli uomini della Permanente non esitarono a cercare alleanze con i garibaldini della Sinistra storica, anch'essa divisa) lasciò il posto ad una divisione di tipo personale: i due principali leader delle varie anime della Destra, Sella e Minghetti, infatti, erano impegnati in una battaglia personale. Le Destre concordavano solo sulla necessità di raggiungere il pareggio di bilancio e sulla sconvenienza delle riforme democratiche volute dalla Sinistra. Non va inoltre dimenticato che al gruppo "originale" della Destra storica, formato da settentrionali liberali, si erano aggiunti dei "nuovi arrivati" cioè i borghesi meridionali, conservatori. Le divergenze fra queste due anime saranno di non poco conto.

LA SINISTRA STORICA

La Sinistra è stata uno schieramento politico dell'Italia post-risorgimentale, detta in seguito storica per distinguerla dai partiti e movimenti di massa di sinistra che si sarebbero affermati nel corso del XX secolo. L'epoca della sinistra storica va dal 1876, anno della "rivoluzione parlamentare" che portò alla caduta della Destra storica, sino alla "crisi di fine secolo" (1896), che sfociò nell'età giolittiana.

Il Primo Ministro della Sinistra storica fu Agostino Depretis, incaricato dal re, pochi giorni dopo le dimissioni del governo Minghetti. La matrice ideologica del raggruppamento era liberale progressista, e, pur non avendo un precedente storico, si rifaceva alle idee mazziniane, garibaldine e dunque democratiche. Depretis formò un governo che, oltre all'appoggio della Sinistra, schieramento di cui faceva parte, si reggeva anche sull'appoggio di una parte della Destra, quella che aveva contribuito alla caduta del governo Minghetti. Nella sua azione di governo, Depretis cercò sempre ampie convergenze su singoli temi con settori dell'opposizione, dando vita al fenomeno del trasformismo. Proprio nello stesso anno si giunse alle elezioni politiche, che videro la vittoria della Sinistra storica, guidata da Agostino Depretis, che fu confermato alla guida del governo.

Allargamento del suffragio e politiche sociali

Gli esponenti della Sinistra storica erano perlopiù esponenti della media borghesia, in maggior parte avvocati. Tentarono di riconciliare la politica col «paese reale» democratizzando e modernizzando lo stato e il paese.[1]

Un'importante riforma riguardava l'istruzione: la legge Coppino (1877) rese obbligatoria e gratuita l'istruzione elementare (dai 6 ai 9 anni d'età). La Sinistra si batté per l'allargamento del suffragio, tramite una legge del 1882 (legge Zanardelli) che concedeva diritto di voto a tutti i maschi, che avessero compiuto i 21 anni e rispettassero requisiti per il voto: il pagamento di un'imposta di almeno 19,8 lire (invece delle precedenti 40) o, in alternativa, il conseguimento dell'istruzione elementare appena allargata (era comunque sufficiente dimostrare di saper leggere e scrivere). Con la suddetta riforma il corpo elettorale salì al 6,9% della popolazione italiana, rispetto al 2,2% del 1880.[2]

La volontà della Sinistra storica era quella di ampliare il suffragio fino a un'utopica universalità (che per quel periodo era comunque ben lungi dall'essere proponibile) basandosi non più tanto sul censo dei cittadini, quanto sulla loro istruzione.

La Sinistra storica prese provvedimenti anche in campo amministrativo, dove provvide ad un decentramento dei poteri e in campo sociale, con l'introduzione di prime misure a difesa dei lavoratori. Furono inoltre avviate una serie di inchieste per esaminare le condizioni di vita della popolazione rurale: la più nota è senz'altro l'inchiesta Jacini, che ha rivelato una diffusa malnutrizione (pellagra), alta mortalità infantile (per difterite), grande povertà e scarse condizioni igieniche. Diffuso era il fenomeno dell'emigrazione.

Il protezionismo

La Sinistra storica, in politica interna, ebbe come obiettivo l'abolizione dell'impopolare tassa sul macinato[3] e in generale una politica di sgravi fiscali e di investimenti nello sviluppo industriale del paese.

La Sinistra perseguì una politica protezionista. In Italia il principale ispiratore della nuova politica tariffaria in materia di commercio estero fu Luigi Luzzatti. Con la crisi economica in Europa (1873-1895) crebbe la miseria dei braccianti, e questo provocò i primi scioperi agricoli. Il protezionismo si tradusse nell'intervento diretto dello Stato nell’economia. I governi italiani della Sinistra, condizionati da gruppi industriali del Nord, approvarono nel 1878 l'introduzione di tariffe doganali a protezione delle industrie tessili e siderurgiche; furono inoltre concessi sussidi ai settori in difficoltà e sviluppate le infrastrutture.

Nel 1887, per fronteggiare la grande depressione, si diede vita a quel "blocco agrario-industriale", come lo chiama Antonio Gramsci, tra la classe liberale e progressista del Nord con gli agrari e i latifondisti reazionari del Meridione, estendendo la tariffa protettiva sulla cerealicoltura che risentiva delle esportazioni dagli Stati Uniti d'America di grano, che, per la riduzione dei noli dei trasporti, arrivava sul mercato italiano a prezzi inferiori.

Un dazio che danneggiava evidentemente gli industriali settentrionali che dovevano commisurare il salario degli operai sul prezzo del pane che aumentava artificiosamente e che pure accettarono di buon grado il danno economico, compensato, secondo la storiografia marxista, da un'alleanza con gli agrari che avrebbe tenuto lontani tentativi di riscatto sociale delle masse subalterne.

Una tariffa protettiva, che reintroduceva la tassa sulla fame come ai tempi dell'imposta sul macinato e che danneggiava inoltre il settore della produzione meridionale del vino e dell'ortofrutta, già in crisi dalla rottura dei rapporti commerciali con la Francia dai tempi del Congresso di Berlino e della politica filotedesca di Crispi.

Politica estera

In politica estera, la Sinistra storica di Depretis abbandonò la tradizionale alleanza con la Francia, a causa degli attriti diplomatici generati dalla presa di posizione dei transalpini sulla questione tunisina, entrando nell'orbita della Triplice Alleanza a fianco degli imperi centrali di Austria-Ungheria e Germania, favorendo lo sviluppo del colonialismo italiano, innanzitutto con l'occupazione di Massaua in Eritrea.

Fine della Sinistra storica

La fase della Sinistra storica si concluse nel 1896 a seguito delle elezioni politiche. Il governo Depretis, infatti, si era spostato verso l'ala conservatrice del parlamento, incontrando i moderati più progressisti, che erano stati inglobati all'interno di una più grande coalizione.

Lentamente furono estromessi gli esponenti più progressisti della Sinistra, dando vita ad un Grande Centro, che monopolizzava la vita politica del Paese, lasciando a pochi partiti minori il ruolo di opposizione di estrema sinistra. Questa politica, in cui la dialettica e la differenza ideologica fra le ali del Parlamento vengono sfumando, è detta trasformismo, e fu resa possibile dalla riforma elettorale.

Dopo Depretis, la figura cardine della politica italiana dal 1887 al 1896 fu Francesco Crispi. Il modello della sua politica era la Germania di Bismarck, dove le tensioni sociali fra la classe operaia e la borghesia sembravano equilibrate. Crispi represse nel sangue la rivolta dei fasci operai in Sicilia e scioglie il Partito Socialista, fondato da Turati a Genova nel 1892, ma emana nel contempo una serie di riforme sociali quali la riduzione della giornata lavorativa.

Sotto il suo governo la politica coloniale fu ripresa con più vigore, fino alla disfatta di Adua (1896), che segnò la fine della Sinistra Storica con le dimissioni del primo ministro.

Nella crisi di fine secolo si manifestarono le conseguenze sul piano sociale della politica protezionistica, come dimostrano i fatti di piazza del Duomo a Milano del maggio 1898 quando il generale Bava Beccaris non esitò a sparare con i cannoni ad alzo zero sulla folla che chiedeva "Pane e lavoro" durante la protesta dello stomaco.

Si era infatti verificato un ulteriore aumento del prezzo del grano a causa delle diminuite esportazioni da parte degli Stati Uniti, impegnati allora nella guerra per Cuba.

Sarebbe bastato togliere la tariffa protettiva, ma ormai la classe dirigente italiana era terrorizzata dal socialismo e preferiva ricorrere all'intervento repressivo del Regio Esercito.

lunedì 22 agosto 2016

800 - Parte 2B

L’OTTOCENTO - PARTE 2B
L’ETÀ DELL’IMPERIALISMO
LA SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE
1871 - 1890

1 - QUADRO STORICO

FRANCIA - in europa è in corso la GUERRA FRANCO-PRUSSIANA, scaturita da un voluto incidente diplomatico legato al cosiddetto TELEGRAMMA DI EMS, una missiva resa pubblica dal bismarck e che conteneva una dichiarazione di guglielmo I contro napoleone III. la francia dichiara guerra lla prussia ma dopo poche settimane dall’inizio del conflitto napoleone III è sconfitto e imprigionato a sedan e a parigi viene proclamata la terza repubblica. contestualmente alle truppe che difendono la città si forma la GUARDIA NAZIONALE, un corpo di 400mila volontari di chiara ispirazione democratica. le elezioni per la costituzione di una rinnovata ASSEMBLEA NAZIONALE vedono però la prevalenza della destra conservatrice, che insedia a versailles un gioverno provvisorio guidato da ADOLPHE THYERS. quando le truppe prussiane riescono a entrare a parigi chiedono al governo provvisorio un cospicuo riscatto come spese di guerra, la cessione di alsazia e lorena, e soprattutto il disarmo della guardia nazionale. la guardia nazionale rifiuta però il disarmo, provvede a nuove elezioni che instaurano a parigi un organismo municipale democratico formato da esponenti di estrema sinistra, la COMUNE. il nuovo organismo si distingue per una serie di provvedimenti di ispirazione laica e democratica, come per esempio la requisizione delle case abbandonate e la sospensione degli affitti, nonchè la laicizzazione dell’istruzione. thyers vedeva la comune come un germe pericoloso di un governo proletario e quindi decide di abbatterla. nel maggio dello stesso anno le truppe dell’esercito regolare entrano a parigi e dopo una settimana di socntri mettono fine alla comune. la francia, sotto il controllo prussiano, resta quindi soggetta al solo governo di versailles. thyers diventa presidente della repubblica ma dopo due anni di incarico si trova contro la maggioranza monarchica dell’assemblea nazionale, che gli preferisce MAC MAHON, più vicino alle simpatie della destra clericale e aristocratica. il nuovo presidente però deve fare i conti con lo sfavore della piccola e media borghesia repubblicana, che lo costringe alle dimissioni. dopo due sofrtunate presidenze - GREVY e CARNOT -  verso la fine degli anni ottanta  si registra il tentativo di golpe del generale BOULANGER, che tenta di vendicare sedan ma viene sconfitto ed esiliato in belgio.

GERMANIA - nismarck fa proclamare l’impero - reich - di germania, la cui corona viene affidata al re di prussia GUGLIELMO I, insignito del titolo di kaiser, e di cui bismarck diventa primo cancelliere. la personalità spregiudicata del bismarck è la fonte di un nuovo squlibrio europeo, che identifica questo periodo storico col nome di IMPERIALISMO. scopo del bismarck è l’isolamento politico della francia, che cova sentimenti di vendetta - REVANSCISMO - nei confronti del nemico prussiano. a questo scopo bismack sancisce un’alleanza con le altre due monarchie assolute dell’est europa - PATTO DEI TRE IMPERATORI - che compatta i rapporti con russia e austria e rende isolta la francia.

RUSSIA - lo zar ALESSANDRO II introduce una politica reazionaria abbandonando il riformismo, e con l’aiuto di bismarck riesce a ottenere importanti sbocchi strategici sul mar nero e sul mediterraneo - CONGRESSO DI LONDRA - inoltre coinvolge l’impero austro-ungarico nella repressione dell’impero ottomano a cui viene sottratta la bulgaria. col TRATTATO DI SANTO STEFANO la bulgaria viene sottratta agli ottomani e diventa uno stato satellite dell’impero russo. l’espansionismo di alessandro però intimorisce molti stati europei che convocano il CONGRESSO DI BERLINO per dirimere la cosiddetta QUESTIONE D’ORIENTE: romania, serbia e montengro diventano indipendenti, la bulgaria resta un principato della russia ma con forti limitazioni territoriali. alessandro II vive queste imposizioni come una sconfitta e i rapporti tra germania e russia si deteriorano. bismarck cerca di proteggersi stipulando un ACCORDO BILATERALE con l’austria, che nel 1882 viene esteso all’italia con la formazione della TRIPLICE ALLEANZA. sotto la pesante influenza di bismarck l’italia rinuncia alla riconquista delle venzie e si lascia coinvolgere nella politica antifrancese. alessandro II viene ucciso da un oppositore e gli succede ALESSANDRO III, con il quale bismarck stipula un TRATTATO DI CONTROASSICURAZIONE: si tratta dell’impegno per le due potenze a non attaccarsi a vicenda nel caso in cui una terza potenza dichiari loro guerra. la mossa di bismarck serviva a rendere la francia ancora più isolata nel panorama europeo e a mantenere saldi i rapporti con la russia, che in caso di conflitto con la francia avrebbe potuto sferrare un attacco nelle zone scoperte. questa alleanza è l’ultimo atto diplomatico del bismarck, che viene destituito dal nuovo kaiser GUGLIELMO II, sovrano militarista e poco incline alla diplomazia.

IMPERO AUSTRO-UNGARICO - l’assolutismo austriaco deve fare i conti con la rivolta dei boemi, che pretendono una maggiore considerazione per la loro lingua e cultura, a cui il governo centrale di vienna risponde con l’istituzione dell’universitò di praga e con l’introduzione della lingua ceca nei documenti ufficiali accanto al tedesco. nel contempo si assiste in ungheria a una magiarizzazione delle minoranze linguistiche.

ITALIA - il neonato regno deve fare i conti con una crisi finanziaria che obbliga il governo a una politica fiscale piuttsto dura per consentire il pareggio del bilancio. il ministro MINGHETTI leader della destra storica si dimette e sale al potere la sinistra, guidata dall’ex cavouriano AGOSTINO DEPRETIS, che resterà al governo fino alla fine del secolo. le mire espansionistiche italiane subiscono una battuta d’arresto quando la francia occupa la tunisia: depretis sebbene filofrancese stipula un accordo con la germania e con l’austria . TRIPLICE ALLEANZA - causando le ire dei patrioti irredentisti che vedevano sfumare il sogno della riconquista delle venezie. uno di loro, GUGLIELMO OBERDAN, cercherà di assassinare l’imperatore FRANCESCO GIUSEPPE, ma verrà scoperto e giustiziato. la crisi con la francia prosegue quando l’italia si accorda con la gran bretagna per la conservazione della propria posizione nel mediterraneo orientale, zona di influenza francese. a depretis succede FRANCESCO CRISPI.

GRAN BRETAGNA - in piena età vittoriana si assiste a un avvicendamento tra GLADSTONE e  DISRAELI, quest’ultimo di ispirazione conservatrice e filocolonialista. sotto disraeli il colonialismo inglese assume una forte spinta propulsiva che non si arresta neanche al ritorno dei gladstone. il nuovo governo gladstone soccombe però quando il primo ministro propone una sorta di autogoverno - HOME RULE - per l’irlanda, che avrebbe sancito una lesa maestà per la sovranità britannica.

2 - QUADRO POLITICO E SOCIALE

come si vede dal succedersi delle vicende storiche, la tendenza di questo periodo si tradice nell’IMPERIALISMO - l’ascesa delle grandi monarchie europee con interessi espansionistici e coloniali - e il CONSERVATORISMO, espressione politica delle classi agiate. si contrappone a questa tendenza il tentativo di ascesa delle classi popolari, come l’esperienza della COMUNE DI PARIGI.

IN FRANCIA - la comune ha un significato politico e istituzionale molto importante, poichè rappresenta il primo STATO PROLETARIO dell’europa, e pertanto viene appoggiato dallo stesso MARX che guarda con favore alla costituzione di autogoverni popolari come quello parigino. i francesi però non sono favorevoli a questa deriva popolare e l’europa guarda cn sospetto la diffusione del marxismo e l’ascesa delle sinistre. proprio per questo l’ASSEMBLEA NAZIONALE, il governo regolare di versailles, spinta dallo stesso invasore prussiano, è costretta a disarmare gli insorti e a distruggere la comune restaurando come unico governo quello della terza repubblica, di ispirazione conservatrice e clericale. le forze politiche più rappresentative del periodo erano:

i LEGITTIMISTI, guidati dal DUCA DI CHAMBORD, fautori della restaurazione della monarchia;
i REPUBBLICANI più estremisti, guidati dal GAMBETTA, che rappresentavano la media e piccola borghesia;
gli ORLEANISTI, monarchici moderati che accettavano la repubblica;
i REPUBBLICANI MODERATI, che non erano comunisti ma che erano comunque fautori di una cultura laica e anticlericale.

fino al 1876 prevalgono i conservatori filomonarchici, poi con le nuove elezioni salgono al potere i repubblicani radicali guidati da gambetta che si disitinguono da subito per una impronta laica e anticlericale, con la cacciata dei gesuiti e la restaurazione dell’insegnamento primario laico, oltre alla introduzione del divorzio. successivamente sarà la volta dei filomonarchici radicali di boulanger che tenterà invano un colpo di stato per restaurare la monarchia.

IN GERMANIA - nella germania bismarckiana che è diventata la più grande potenza europea dopo l’unificazione dei diversi territri nel neonato reich, prevalgono le forze conservatrici, soprattutto se prussiane e protestanti. infatti bismarck si darà un gran daffare per mettere in minoranza cattolici, socialisti e quelle minoranze di ebrei, polacchi, e francesi dei territori annessi all’impero. nel 1871 bismarck comincia una seria guerra alla chiesa di roma con il cosiddetto KULTURKAMPF, la battaglia per la civiltà, che comporta una decisa laicizzazione delle isitituzioni (LEGGI DI MAGGIO),  la cacciata dei gesuiti, la sottrazione dei seminari alla chiesa, inoltre l’insegnamento della religone diventa gestito dallo stato e molti preti dissidenti vengono messi in carcere. le relazioni col papa vengono interrotte. in realtà bismarck dovrà fare poi un dietrofront quando in europa emergeranno marxisti e socialisti, evento che lo obbligherà a ricercare l’appoggio delle forze politiche cattoliche e centriste. per evitare la crescita delle idee di ispirazione marxista il partito socialdemocratico viene messo fuorilegge, ma per evitare lo scontro sociale bismarck promuove alcune leggi di tutela dei lavoratori. inoltre bismarck, ricercando l’alleanza con lo ZENTRUM, il partito di ispirazione cattolica e moderata, mette in disparte i liberali, fomentando anche sentimenti di antisemitismo verso questo partito formato in buona parte da ebrei, contro i quali vengono scatenati i cosiddetti POGROM, violenze popolari che servono a deviare il malcontento delle classi deboli verso gli ebrei.

IN AUSTRIA - nell’ancora poco industrializzato impero degli asburgo l’aristocrazia prevale sulla borghesia. al governo ci sono i liberali, con una netta prevalenza tedesca, e anche qui assistiamo a una guerra contro i cattolici, con l’introduzione di una laicizzazione delle istituzioni, l’introduzione del matrimonio civile, e la parità dei culti. 

IN RUSSIA - nella russia zarista si rafforza l’assolutismo, con una netta prevalenza dell’aristocrazia e con uno sfrenato antisemitismo che costringe gli ebrei russi a lasciare il paese e a emigrare soprattutto verso gli stati uniti.

IN ITALIA - occorre innanzitutto precisare che in italia destra e sinistra sono partiti elitari e che le masse popolari sono escluse dalla vita politica. la destra si compone soprattutto di cattolici, esponenti della buona borghesia, vicini al cavour e quindi fautori della libera chiesa in libero stato, ossia la separazione dei due poteri. la sinistra si compone di piccolo borghesi di provincia, soprattutto atei enticlericali, con alcuni protagonisti delle battaglie risorgimetali come CRISPI e anche OPPORTUNISTI delle province meridionali che aderiscono alla sinistra per ottenere dei vantaggi particolari. tra le due forze c’è una incredibile omogeneità politica, tanto che i governi di questo periodo si distinguono per il cosiddetto TRASFORMISMO, la tendenza politica per cui l’opposizione vota in cambio di favori le leggi del governo, garantendo stabilità alla maggioranza ma rendendo assolutamente inefficace ogni tentativo di dare un indirizzo ideologico preciso alla politica del paese. quando sale al potere la sinistra di DEPRETIS il programma del nuovo governo è libertà e meno tasse. in realtà su questo programma si dividono gli interessi delle diverse anime della sinistra al governo, che cercano di perseguire i propri interessi. la sinistra fa tre grandi riforme:

attenuazione e poi abolizione dell’imposta sul macinato
istruzione elementare obbligatoria (LEGGE COPPINO)
diritto di voto per gli uomini che sanno leggere e scrivere

ma il malcontento popolare fa vacillare depretis, in quanto l’elettorato, stanco del trasformismo della sinistra al governo,  vorrebbe che l’italia avesse un ruolo forte nell’euripa degli imperialismi. per questo sale al potere CRISPI, che dal 1887 impone al paese una SVOLTA AUTORITARIA, inasprendo la rivalità con la francia e promuovendo una spregiudicata politica coloniale e imperialista.

IN GRAN BRETAGNA - il governo progressista di GLADSTONE promuove una nuova legge elettorale con l’allargamento della base elettorale a cui vengono chiamati anche i piccoli lavoratori agricoli, al fine di limitare le pressioni della grande borghesia del latifondo sul governo di londra. l’impero britannico diventa una grande confederazione chiamata COMMONWEALTH, che si suddivide in diversi territori sotto una sola regina: alcuni direttamente soggetti al COLONIAL OFFICE di londra; alcuni costituiti come PROTETTORATI affidati a sovrani locali ma controllati da londra; altri ancora invece costituiti in DOMINIONS con un governo parlamentare autonomo.

IL MOVIMENTO OPERAIO

gli operai costituiscono il 20% della polazione europea del periodo: questo è il grande periodo delle lotte sindacali e della costituzione degli organismi di tutela dei lavoratori. in inghilterra la manodopera non specializzata si riunisce in gruppi organizzati per lottare contro lo sfruttamento delle grandi industrie. in francia e in italia nascono i primi gruppi sindacali, organizzati in BORSE DEL LAVORO e CAMERE DEL LAVORO. le idee socialiste si confondono con quelle anarchiche: si costituisce il PARTITO SOCIALISTA RIVOLUZIONARIO e ANDREA COSTA diventa il primo deputato socialista italiano. in germania il sindacato viene messo fuorilegge, e anche il partito socialdemocratico, attorno al quale gravitano molti operai e sindacalisti. nonostante tutto il partito dei lavoratori tedesco studia diverse riforme istituzionali, col parere sfavorevole di marx che incita al disconoscimento dello stato borghese e all’istituzione di uno stato proletario governato dagli operai. in russia vengono introdotti gli scritti di marx tradotti da plechanov. tutti questi movimenti confluiranno poi nella II INTERNAZIONALE DEI LAVORATORI di parigi. in opposizione alle idee di ispirazione marxista si formano movimenti di ispirazione cristiana, guidati dallo ZENTRUM tedesco. in italia vige ancora il NON EXPEDIT, l’obbligo per i cattolici italiani di non prendere parte alla vita politica, ma si sviluppa comunque un organismo filocattolico, l’OPERA DEI CONGRESSI, in opposizione al governo laico di depretis prima e poi di crispi.

3 - QUADRO ECONOMICO

questo periodo si divide tra la SECONDA RIVOUZIONE INDUSTRIALE, con l’aumento della produzione agricola e manifatturiera e l’introduzione di nuove tecnologie, e la GRANDE DEPRESSIONE, che provoca un crollo dei prezzi di mercato per il gap tecnologico tra l’agricoltura americana e quella europea, per la crescente presenza di prodotti finiti e a causa della differenza rea la quantità di oro presente sul mercato e la crescita del mercato stesso. 

l’agricoltura europea subisce una battuta d’arresto rispetto a quella ameriana, dai costi più convenienti e soprattutto con un mercato in continua espansione. in certe zone dell’europa meridionale, come nel sud itlia, il problema deriva dall’arretratezza delle tecnologie e dei sistemi di coltivazione. in molti paesi per rispondere alla crisi si diversificano le colture e si abbandonano quelle meno redditizie in favore dell’allevamento. in molti paesi la genetica viene in aiuto dei contadini aiutandoli a migliorare la qualità delle sementi. si diffondono anche i fertilizzanti artificiali, e negli stati uniti si vedono le prime mietitrici e trebbiatrici meccaniche, che presto vengono usate anche nei paesi europei. il problema non è più la carestia ma la sovvraproduzione che rischia di determinare il crollo dei prezzi. in italia viene introdotto il DAZIO SULLE IMPORTAZIONI DI GRANO, per favorire il potere dei latifondisti del meridione, causa dell’arretratezza del settore agricolo, con conseguente crisi occupazionale accompagnata da un eccesso di richieste di manodopera.  il dazio sulle importazioni di grano è una delle misure che i grandi paesi produttori  di cereali, come la stessa italia, mettono in atto a scopo PROTEZIONISTICO per difendersi dalla concorrenza del prodotto americano: questo per contro viene gravato da pesanti dazi doganali per renderne difficile l’importazione. solo la gran bretagna resta fedele al principio del LIBERO SCAMBIO, essendo la politica mercantilistica ingllese in netta espansione.

nel settore industriale assistiamo a una seconda grande fase rivoluzionaria, soprattutto per la presenza  di grosse case industriali impegnate nella produzione del materiale destinato alla costruzione delle ferrovie. anche nell’industria come nell’agricoltura si cerca di contenere la crisi optando per i settori più innovativi, come le industrie chimica ed elettrica. vanno avanti le industrie tedesca e americana, a discapito di quella inglese che era più arretrata. purtuttavia la gran bretagna detiene sempre il primato nell’import export. di prodotti dalle colonie. germania e usa sono le vere sorprese del periodo, con la nascita di grandi aziende industriali. in italia la sinistra asseconda la rivoluzione industriale e predispone pesanti dazi doganali allo scopo di proteggere il prodotto interno, isolando soprattutto la francia. 

in tutta europa abbiamo anche l’espansione delle banche che da semplici istituti di credito diventano finanziatori delle industrie, ed essendo spesso banche statali finiscono con l’esercitare un controllo sul capitale che viene riutilizzato nelle industrie stesse, spesso industrie della metallurgia pesante, quelle che garantiscono maggiori scambi con gli altri paesi per gli armamenti e la costruzione delle ferrovie. le banche diventano anche molto importanti nella gestione dei rapporti diplomatici ta i paesi atraverso la creazione di CARTELLI con lo scopo di calmierare i prezzi dei prodotti industriali.

domenica 21 agosto 2016

800 - Parte 2C

L’OTTOCENTO - PARTE 2C
L'ETÀ DEL COLONIALISMO
LA CRISI DI FINE SECOLO
1890-1904

1 - QUADRO STORICO

questo periodo è caratterizzato da due eventi importanti che segnano l’evoluzione delle vicende storiche e politiche internazionali: la sostituzione di bismarck da parte del nuovo kaiser guglielmo II, che segna un nuovo corso con la FINE DELLA POLITICA DELL’EQUILIBRIO,  e la sconfitta della russia contro il giappone nella guerra russo nipponica, che segna a sua volta la fine del DOMINIO EUROCENTRICO nella politica internazionale. questi due eventi sono estremamente indicativi per capire i nuovi equilibri del panorama politico mondiale, soprattutto perchè la germania spinge adesso su una politica più aggressiva e meno diplomatica, agitando quindi la rivalsa delle altre potenze europee.

GRAN BRETAGNA - la gran bretagna è diventata una grande potenza coloniale con a capo la regina vittoria che festeggia 60 anni di regno. primo ministro è il conservatore SIR CECIL SALISBURY, fautore di una aggressiva politica colonialista e imperialista. in questa fase il paese vive il cosiddetto SPLENDIDO ISOLAMENTO, in cui la gran bretagna è protagonista indiscussa della politica coloniale e mercantile. ma il suo predominio viene messo in seria crisi dalla francia e dall’olanda, che all’epoca vantavano diversi possedimenti in africa, oltre che dalle mire espansionistiche della germania. contro la francia si combatte una guerra per il predominio nell’africa centrale, in cui le due forze si fronteggiano al confine tra egitto e sudan. solo con l’ENTENTE CORDIALE (intenzione cordiale) le due nazioni si impegnano a riconoscere le proprie e rispettive sfere di in fluenza, quella francese in marocco e quella inglese in egitto. più a sud si combatte invece la GUERRA ANGLO-BOERA contro i coloni delle province sudafricane del transvaal e dell’orange, che vengono sottomessi alla corona britannica. dopo la pace salisbury si dimette e sale al potere JOSEPH CHAMBERLAIN. in india cominciano le rivendicazioni autonomistiche degli indò guidati dal giovane avvocato MOHANDAS GANDHI.

FRANCIA - la francia continua la sua espansione coloniale in africa, dove ricopre l’intero territorio nordoccidentale fino al lago ciad, e in asia, dove riesce a ottenere il laos.

GERMANIA - come già detto il nuovo kaiser guglielmo II sostituisce bismarck col nuovo cancelliere LEO VON CAPRIVI. il nuovo kaiser infatti desidera per il suo paese una politica coloniale più spregiudicata e questo suo comportamento porta a una rottura diplomatica con le principali potenze europee.  l’errore fatale è la mancata ratifica del TRATTATO DI CONTROASSICURAZIONE con la russia, che porta la russia a una alleanza con la francia, mossa che espone pericolosamente il territorio tedesco su due fronti. la germania di guglielmo II conferma solo la TRIPLICE ALLEANZA con italia e impero austro-ungarico, ma la sua posizione è ulteriormente messa in cattiva luce dalla sfrenata politica coloniale del nuovo cancelliere, VON BULOW: infatti le nuove mire espansionistiche tedesche si rivolgono ala supremazia navale, finora detenuta dalla gran bretagna, e queste nuove mire espongono ancora l’europa a un pericoloso squilibrio.

IMPERO AUSTRO-UNGARICO - l’austria asburgica resta fedele alla triplice e naturalmente guarda anch’essa ad una espansione territoriale. proprio per questo si accorda con la russia per mantenere la propria posizione sui balcani, mentre la serbia ortodossa vorrebbe estendere il proprio dominio alla parte meridionale del paese, la iugoslavia, ancora per metà sotto l’influenza asburgica e quella ottomana: a rendere le cose favorevoli sono i diversi movimenti nazionalistici che soprattutto in turchia cominciano a scuotere un impero che non si era mai ammodernato nelle sue istituzioni.

ITALIA - la fine del secolo costituisce per l’italia il periodo della massima spinta coloniale e imperialista, che però si conclude tragicamente. al potere era salito FRANCESCO CRISPI, uomo autoritario e dalle velleità espansionistiche, che tralascia la situazione economica italiana oramai sull’orlo della crisi economica per concentrarsi sulle conquiste in territorio africano. crispi vedeva la triplice alleanza come una vera alleanza antifrancese e questo per ricercare un maggiore appoggio finanziario da parte degli stati alleati, per consentirgli di aumentare la presenza italiana sul mediterraneo e nel corno d’africa. crispi viene però costretto alle dimissioni a causa del suo eccessivo autoritarismo e sale al potere GIOVANNI GIOLITTI. giolitti viene però travolto da due gravissimi episodi, lo scoppio dei FASCI SICILIANI DEI LAVORATORI, un movimento spontaneo e democratico di operai e contadini culminato in uno scontro sanguinoso, e lo SCANDALO DELLA BANCA ROMANA, che proprio mentre giolitti era ministro del tesoro si rese celebre per ammanchi sospetti e per una emissione di denaro oltre il limite consentito. al posto di giolitti tornò crispi, che continuò la sua politica imperialista contro il negus dell’etiopia MENELIK. rivendicando il TRATTATO DI UCCIALLI che faceva dell’etiopia un protettorato italiano - di questo trattato esistevano due versioni, una in lingua amarica e una in lingua italiana, e da queste due versioni nacque appunto la controversia che portò al conflitto -  crispi decise di inviare un poderoso contingente italiano nel corno d’afica, che però fu sconfitto ad AMBA ALAGI. sicuro di salvare e vendicare l’onore della patria, crispi chiese al parlamento un finanziamento straordinario per consentire l’invio di 7000 uomini in africa. ma menelik riuscì a sconfiggere nella sanguinosa battaglia di ADUA le truppe italiane, costringendo crispi a dimettersi dal suo mandato.

RUSSIA - la russia procede con la sua politica bilaterale, da una parte infatti lo zar si allea con la francia in funzione antitedesca, dall’altra continua la sua espansione territoriale verso oriente. la vittoria navale giapponese di TSUSHIMA del 1905 metterà però per la prima volta in discussione la supremazia europea, con la sconfitta della russia.

2 - QUADRO POLITICO E SOCIALE

il panorama politico e sociale europeo di questa fase si canalizza attraverso tre direttrici fondamentali, il colonialismo, l’industrialismo e la questione operaia.

SOCIETA’ COLONIALE - il colonialismo oramai ha cambiato il volto dei principali paesi europei, soprattutto quello britannico. la società coloniale è formata soprattutto da classi rurali, si tratta di povera gente, contadini e braccianti agricoli, che vengono sfruttati e costretti a ricnoscere un nuovo governo, nuovi stili di vita, spesso con l’imposizione di nuovi credi religiosi. questa situazione viene favorita dalle classi medio alte dei paesi colonizzati, che hanno compiuto la loro formazione nei paesi colonizzatori e hanno quindi un senso di subordinazione maggiore. il solo paese dove non attecchisce questo atteggiamento è il giappone, che prosegue lungo la strada della modernizzazione delle proprie strutture socio-economiche.

SOCIETA’ INDUSTRIALE - l’espansione dell’industria porta a un radicale cambiamento della società, ma solo in quei paesi dove si ha una maggiore modernizzazione, mentre i paesi a prevalenza di classi rurali povere queste trasformazioni non attecchiscono, anche per via della resistenza culturale dei diversi potentati locali. nasce la borghesia, divisa in piccola (impiegati, insegnanti, bancari), media (liberi professioni sti e piccoli imprenditori) e alta borghesia (grandi imprenditori), che dà una maggiore linfa vitale alle trasformazioni economiche e produttive.

CLASSI OPERAIE - come abbiamo già detto si accresce la sindacalizzazione delle classi operaie, viene riconosciuto il diritto alle otto ore lavorative e il primo maggio diventa la festa internazionale del lavoro. accanto agli operai qualificati compaiono gli operai senza qualifica e la manovalanza, personale non speicalizzato che serve solo come forza lavoro muscolare. 

IN EUROPA - in gran bretagna nasce il PARTITO LABURISTA che raccoglie i lavoratori, mentre emmeline pankhurst fonda il movimento delle SUFFRAGGETTE che chiedono l’estensione del diritto di voto alle donne. anche la francia vive una stagione molto intensa, scossa da pesantissime tensioni sociali tra lavoratori italiani e francesi, che culmina con un durissimo scontro nei pressi di marsiglia. ma a tenere banco in questo periodo in francia è il cosiddetto AFFARE DREYFUS, che vede imputato per alto tradimento e cospirazione il maggiore di origine ebrea alfred dreyfus. questo scandalo spacca in due il paese, che da una parte si ritrova nella fazione militarista e antisemita, e dall’altro in quella più democratica e radicale, spinta tra gli altri dallo scrittore emile zola. saà proprio questa ventata democratica a portare al potere il radicale GEORGES CLEMENCEAU, che aveva sostenuto lo stesso dreyfus, e i socialisti. nella germania del dopo bismarck il partito socialdemocratico diventa il più grande partito dei lavoratori a livello europeo.

IN ITALIA - la crisi sociale si acuisce in italia soprattutto per il malcontento popolare e per le tensioni dovute al divario tra nord e sud. durante il governo di giolitti scoppiano i FASCI SICILIANI DEI LAVORATORI per il rinnovo dei contratti di mezzadria, favoriti anche dalla politica non interventista dello stesso giolitti. la rivolta divampa coinvolgendo le classi subalterne. contemporaneamente giolitti viene travolto dallo SCANDALO DELLA BANCA ROMANA colpevole di una politica finaziaria poco chiara e dagli ammanchi sospetti. crispi, tornato al potere, reprime duramente i fasci siciliani e si impone per una politica autorevole e autoritaria. ma le tensioni non scompaiono affatto. l’elettorato cattolico non è più bloccato dal non expedit di PIO IX e sotto la guida del papa LEONE XIII dà il via a un movimento riformatore di ispirazione progressista, che vede la sua bandiera nell’enciclica RERUM NOVARUM dello stesso papa. all’inizio del secolo si comncia a parlare di DEMOCRAZIA CRISTIANA. nel 1893 nasce invece il PARTITO SOCIALISTA ITALIANO. il re UMBERTO I incarica di formare il governo il DI RUDINI’. si scontrano due fazioni, quella CONSERVATRICE, che finirà col prevalere, e quella MODERNISTA guidata dalla sinistra radicale. alla fine del secolo il malcontento popolare esplode nella rivolta milanese, in cui il GENERALE BAVA BECCARIS viene incaricato di cannoneggiare i dimostranti. il generale viene addirittura decorato dal re umberto, fomentando un rinasprimento della tensione sociale, che continua anche durante il governo di PELLOUX, successore del di rudinì. un anarchico, GAETANO BRESCI, uccide il re, nel pieno dei moti più sanguinosi della fine del secolo. il nuovo re, VITTORIO EMANUELE III, acconsente a una politica di pacificazione, portata avanti dai governo ZANARDELLI e poi ancora dal nuovo governo giolitti. le sinistre iniziano a prendere sempre più spazio, assistiamo a un aumento della sfera d’influenza delle camere del lavoro e il partito socialista diventa protagonista del nuovo corso della politica italiana. proprio i socialisti ottengono la maggioranza, e allontanano ogni tentativo di pacificazione sociale con la destra liberale e conservatrice, causando nuove tensioni che culminano nello SCIOPERO GENERALE del 1904. 

3 - QUADRO ECONOMICO

inonostante il PROTEZIONISMO favorisca il ristagno depressionario in diversi paesi, prima fra tutti la stessa italia, assistiamo a un graduale evolversi della situazione finanziaria in europa e negli stati uniti. il dato più significativo è dato dalla grande industria, che in questo periodo conosce una nuova fase di espansione grazie all’introduzione dell’elettricità e del MOTORE A SCOPPIO. nelgli ultimi anni del secolo l’industria americana sorpassa quella britannica nella produzione di acciaio: usa  e germania sono i due massimi produttori di acciaio seguiti dalla gran bretagna, e questo primato sarà pesante nel secolo successivo in ambito bellico. negli stati uniti si scoprono diversi giacimenti auriferi in alaska, e questo fa sì che il paese conosca una nuova età dell’oro anche se il primato monetario e finanziario - secondo i dettami del GOLD STANDARD, ossia la piena convertibilità delle monete nazionali in oro, adottato durante la prima restaurazione e acui aderivano diversi paesi - resta in mano all’inghilterra. alla fine del secolo anche gli stati uniti aderiranno al gold standard. in agricoltura assistiamo al dimezzamento del prezzo del grano in europa, dovuto alla grande crescita di produzione, che si accompagna anche a un altro fenomeno, quello della scarsa manodopera attiva. la grande industria infatti attira sempre di più i lavoratori che abbandonano i campi. a tenere alta la produzione ci sono i paesi extraeuropei, dove i paesi colonizzatori adottano delle colure estensive in terre fino a quel momento vergini, anche con l’introduzione di fertilizzanti chimici e nuove tecnologie di produzione.